“Diverso non è sinonimo di malvagio”

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Profughi, immigrazione, terrorismo… sui mass media continuano a rimbalzare notizie che generano un timore diffuso. Dall’educazione all’esperienza personale, all’informazione, ognuno si crea la propria idea in merito. Per i più giovani, cresciuti a contatto con coetanei provenienti da altri paesi, concetti quali vicinanza e convivenza, sono all’ordine del giorno, sin dalla più tenera età.  Che significato ha per loro il termine straniero? Chi è il diverso? Lo abbiamo chiesto ad alcuni studenti carpigiani. “Per noi, diverso è qualcosa di stra(ordinario)”, affermano Hassan Ghulam e Lorenzo Bellentani. Qualcosa che, proseguono Benedetta Airoldi e Martina Zaniboni, “è altro da noi”. Concorda anche Michele Fini: “diverso è colui che ha un’ideologia differente dalla tua”. “Gli esseri umani in quanto tali sono tutti uguali, ciò che li differenzia è la cultura”, gli fa eco Riccardo Antonicelli. Il diverso, spesso, suscita paura. Perché? “La paura, dettata anche dalla sensibilità personale, nasce generalmente quando non c’è conoscenza. E’ come con la morte, che non sai come è fatta o cosa ti riservi”, dicono Hassan, Lorenzo e Riccardo. “L’ignoranza spesso porta a giudicare negativamente l’altro. E’ una questione di cultura e, soprattutto, di educazione”, ribattono Benedetta e Martina. “Chi è diverso – aggiunge Michele – non condivide il tuo ideale e, di conseguenza, fa paura. E’ il suo giudizio a essere temuto”.
Ma i giovani sono condizionabili? “Nei telegiornali – dichiara Lorenzo – vengono esaltati perlopiù gli aspetti negativi per suscitare l’effetto scandalo. Durante la scuola media si sono verificati vari episodi di violenza ma, a partecipare, non vi erano solo stranieri: una piccola rappresentazione di come potrebbe essere la realtà.  Conoscendo le persone, scopri i valori che portano con sé; tutti possono avere una mentalità aperta e grazie all’esperienza puoi imparare a leggere il mondo che ti circonda”.
“Da piccola – racconta Martina – ho avuto vicini di casa albanesi; malgrado questa etnia fosse malvista, essendoci cresciuta accanto non sono mai inciampata in falsi pregiudizi. E’ quindi stata un’esperienza fondamentale e positiva per quello che oggi è il mio modo di pensare”. Fondamentale per Benedetta il ruolo della famiglia: “sin dall’asilo ho avuto stranieri in classe e i miei genitori mi hanno insegnato il valore dell’accoglienza”.  Sul tema della famiglia Riccardo aggiunge: “anche l’educazione e gli ambiti in cui si vive hanno il loro peso, chi cresce in una famiglia con ideologie razziste è maggiormente portato a discriminare gli stranieri” conclude. Secondo Martina e Benedetta i media non esercitano alcun condizionamento ma “contribuiscono a sollevare certamente dei dubbi. Per capire la superficialità delle notizie, tese a rafforzare ciò che le persone vogliono sentirsi dire, basta documentarsi meglio”. Inoltre, ribadisce Riccardo, “a volte gli stessi media si contraddicono: preferiscono far passare lo scoop che riguarda un migrante e te lo dipingono come una persona pericolosa, ma poi cinque minuti dopo passa la pubblicità di Operation Smile dove aiutare lo straniero e le persone in difficoltà è di vitale importanza”.
Per Michele, generalizzare è un errore nel quale è facile scivolare: “ho subito un furto la settimana scorsa ma la mia posizione non è cambiata. Anche se dovrei inveire contro gli extracomunitari capisco che non è questo l’atteggiamento da adottare. Tra loro vi sono anche dei delinquenti, ma non posso giudicarli tutti come tali. Siamo tutti sulla stessa barca: non bisogna puntare il dito, bensì aiutarci l’un l’altro”.
Gloria Castellini, Alexandra Tarus  ed Ermanno Tominetti

 

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