“Questo non è un paese per mamme”

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Quella di Anna (il nome è di fantasia) è una di quelle storie che indigna e ferisce. Ma la sua vicenda, purtroppo, è comune anche a molte altre donne. Donne che scelgono di diventare madri, senza per questo voler rinunciare al proprio lavoro. Ma la discriminazione sul posto di lavoro per le donne che restano incinte è sempre dietro l’angolo. “La mia titolare – racconta Anna, commessa per quattro anni in uno storico negozio del centro di Carpi  – era stata chiara sin da subito con me e le mie due colleghe: guai a voi se rimanete incinte”. Una richiesta tanto perentoria quanto illegittima: “avevamo tutte tra i 20 e i 30 anni, prima o poi una di noi avrebbe sentito il desiderio di diventare madre”. Quando Anna resta incinta, la situazione precipita: “ogni pretesto era valido per cercare lo scontro. Dopo infiniti litigi, critiche e discussioni, dal momento che il mio era considerato un lavoro a rischio, ho deciso di restare a casa sin da subito come previsto dalla legge. Apriti cielo! Non l’avessi mai fatto: da quel momento sono iniziate le grane. Una dopo l’altra, tanto da indurmi a chiedere aiuto ai sindacati”, prosegue Anna. Al termine della maternità obbligatoria, quando il suo bimbo ha tre mesi, Anna rientra al lavoro, dopo aver concordato gli orari legati all’allattamento, ma ad aspettarla è un’amara sorpresa. “Da subito sono stata costretta a beneficiare dei giorni di ferie non ancora goduti poi, poco prima dello scadere delle mie vacanze forzate, sono stata contattata dalla mia titolare la quale mi ha chiesto di passare in negozio per firmare alcuni documenti”. Ad attendere Anna però è una lettera di licenziamento col preavviso di un mese: “la mia datrice di lavoro, così, su due piedi, aggiunse anche che se avessi voluto sarei potuta rimanere a casa seduta stante”. Anna però non molla, continua a lavorare e, allo scadere del mese, si rivolge a un avvocato: “dopo sei mesi, finalmente, nei giorni scorsi è stato raggiunto un accordo economico e io ho ricevuto un risarcimento pari a tredici mensilità”.
Malgrado la legge italiana proibisca – salvo rarissime eccezioni – di licenziare una lavoratrice durante la gravidanza (divieto che si estende dall’inizio del periodo di gestazione fino al compimento del primo anno di vita del bimbo) declassamento o demansionamento camuffati da ristrutturazione, licenziamento (ufficialmente perché “c’è la crisi”) e mobbing sono tutt’altro che rari. Che l’Italia non sia un Paese per mamme lo sappiamo da tempo: avere un figlio dovrebbe essere una risorsa, sia dal punto di vista umano che sociale ma, per una donna che lavora o sta cercando un impiego, può trasformarsi in un handicap. “Credo che conciliare famiglia e realizzazione professionale sia complesso ma possibile. Ognuno però deve fare la propria parte, anche facendo emergere eventuali soprusi o licenziamenti illegittimi. Oggi sono poche le denunce e tanti i casi nascosti: non c’è nulla di cui vergognarsi. Tutte noi possiamo essere mamme e lavoratrici. E’ un nostro diritto: la legge è dalla nostra parte. Se un datore di lavoro la pensa diversamente, dev’essere denunciato. Ingiustizie di questo tipo non devono restare impunite”, conclude Anna. Ci vuole coraggio. Ma quello, alle donne, non manca.
Jessica Bianchi

 

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