Nell’inferno parigino

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Prima l’incredulità e lo stupore poi, col passare delle ore, la paura, l’incubo, l’angoscia per quanto stava accadendo. Questo lo stato d’animo della carpigiana Rita Zappador, venerdì 13 novembre, a Parigi, mentre stava lavorando al Teatro Trianon della capitale francese in occasione delle prove dello spettacolo che sarebbe dovuto andare in scena il sabato sera in onore dello stilista di alta moda Pierre Berger,  compagno e stretto collaboratore del grande Ives Saint Laurent, scomparso sette anni fa. “Mi trovavo a Parigi da qualche giorno – racconta Rita Zappador, affermata e apprezzata agente teatrale e musicale dello staff dell’Agenzia Ponderosa Music di Milano – per preparare lo show al Trianon, un importante teatro parigino, commissionato dallo stilista Pierre Berger e a cui doveva prendere parte il cantante americano Rufus Wainwright di cui sono agente per l’Europa. Sono stata tutto il giorno in teatro per le prove e l’organizzazione dello spettacolo: la sera sono uscita per andare in albergo e a cena quando ho sentito distintamente i primi sparo e le prime raffiche di mitra. E subito dopo le sirene della polizia e delle ambulanze. E’ stato soltanto al mio arrivo in albergo a Montmartre che abbiamo saputo quello che stava succedendo e dall’incredulità sono passata all’angoscia. Le prime persone incontrate per strada e nella hall dell’hotel parlavano di sparatorie nelle strade e nelle piazze, un dramma mostrato in tutta la sua  drammaticità dalla televisione che cominciava a dare le prime sconvolgenti immagini della violenza dei terroristi islamici contro ristoranti, teatri, lo stadio… contro persone comuni che stavano festeggiando l’inizio del weekend. Una tragedia insomma che in quei primi momenti aveva ancora i contorni confusi. Mi sono rifugiata in camera e mi sono incollata alla televisione, vivendo minuto per minuto il dramma che percorreva le strade della città”.
Rita si ferma nel racconto vinta dalla emozione poi, a fatica, riprende il drammatico racconto.  “Da lì in poi è stato un susseguirsi di eventi inaspettati. I comunicati delle autorità che invitavano le persone a non uscire di casa e i turisti a non lasciare gli hotel, i miei genitori e gli amici che, da Carpi, cercavano di contattarmi al telefono non senza difficoltà per l’intasamento delle linee  telefoniche. E così sino a notte fonda quando su Parigi è calato un silenzio irreale rotto soltanto dall’inquietante ululato delle sirene delle ambulanze che correvano verso gli ospedali. Una notte d’angoscia insomma con l’incertezza per  quello che sarebbe successo l’indomani. E tutto per un vile attentato contro la Parigi dei giovani, del divertimento, dello sport, contro la popolazione civile che animava le strade e le piazze del venerdì sera. Tutto assurdo e  inspiegabile ma, purtroppo, vero. Sabato sono voluta uscire dall’hotel e, a piedi, in una Parigi deserta, coi locali chiusi, con poca gente in giro che camminava frettolosamente senza parlare, diretta verso casa o i luoghi che doveva raggiungere, ho attraversato Montmartre e sono entrata nell’unico luogo aperto: il cimitero. Un posto peraltro gradevole, pieno di verde, ben curato, che risente dell’urbanistica del secolo scorso, ma anche dei fasti della Belle Epoque, con ricche tombe dai contorni ricercati. Dove ho visto, tra le altre, quelle del grande compositore Berlioz e di Degas Poi sono rientrata per poter seguire dai notiziari quanto stava succedendo”. Rita si è poi messa in  contatto con gli organizzatori e gli artisti che avrebbero dovuto animare lo spettacolo della serata di sabato, decidendo ovviamente di rinviare tutto. La domenica mattina è riuscita a salire su un aereo dell’Air France per l’Italia, ed è tornata a casa. Incolume ma profondamente ferita nello spirito: “l’ultima immagine tremenda che mi è rimasta negli occhi è stata quella delle strade vuote di Parigi sabato mattina quando in taxi sono andata all’aeroporto. Un Charles de Gaulle vuoto: un’immagine spettrale, da film di guerra o da attacco nucleare. Un’ istantanea ben diversa di quella che siamo abituati a vedere”.
Cesare Pradella

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