“Il mondo di oggi è feroce”

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Il male. Quello che si annida nell’uomo, quello che attraversa le generazioni. Le famiglie. La società. E, ancora, la ferocia delle cose. Quella darwiniana della lotta per il cibo, ma anche per la sua conservazione, per il mantenimento del potere. Del profitto. “La Ferocia per me è un ritorno allo stato di natura, la legge della giungla da cui credevamo d’esserci affrancati, ma che riemerge in questo periodo di crisi”. Così il vincitore del Premio Strega 2015, Nicola Lagioia, ha commentato il suo romanzo edito da Einaudi. Ferocia che diventa, su uno sfondo losco e decadente, in bilico tra splendore e disastro, anche lacerazione, disconoscimento del giusto, celebrazione dell’eccesso, desiderio di morte… Allo scrittore che sarà ospite della Festa del Racconto, venerdì 2 ottobre, alle 22,30, nel Cortile della Biblioteca Loria, chiediamo:
Qual è il libro del suo cuore?
“Solo uno? Impossibile scegliere. Concedimene almeno una manciata: L’urlo e il furore di William Faulkner, Sotto il vulcano di Malcolm Lowry e A la recherce du temps perdu di Marcel Proust”.
Cosa sta leggendo in questo momento?
“Sto leggendo per la prima volta It di Stephen King e ho ripreso in mano per l’ennesima volta Conversazione in Sicilia, bellissima opera letteraria di Elio Vittorini”.
Qual è a suo parere il ruolo della letteratura oggi?
“Non credo serva per cambiare il mondo, basti pensare che uno dei Paesi culturalmente più progrediti tra le due guerre mondiali, ovvero la Germania, ha comunque visto l’ascesa di Hitler. La montagna incantata di Thomas Mann nata durante la Repubblica di Weimar o gli straordinari racconti di Kafka non sono riusciti a fermare il nazismo. Sono altresì convinto che la letteratura consenta agli esseri umani di riconoscersi. Nonostante tutto. Non è infine trascurabile il suo ruolo di testimonianza. Emblematica a questo proposito la dedica che Elsa Morante pone all’inizio del suo romanzo, La storia:  Por el analfabeto a quien escribo (Per l’analfabeta a cui scrivo),  citando il poeta peruviano Cèsar Vallejo. Solo le vittime della storia, gli analfabeti, coloro che ne portano le stigmate, che la subiscono, possono esserne i veri testimoni”.
La gente legge sempre meno: cosa si perde?
“Negli ultimi anni certamente la crisi economica ha fatto la sua parte nel far registrare un calo di lettori.  E’ infatti indubbio che i consumi culturali vadano di pari passo col reddito: meno soldi si hanno a disposizione meno se ne spendono in libri, cinema o teatro…
La lettura potenzia il nostro apparato percettivo. Offre la possibilità di sentire il mondo e il prossimo in modo diverso. Ci dona organi supplementari per accrescere la nostra conoscenza. Un terzo occhio. Un terzo e, forse, un quarto orecchio.  Leggere non è obbligatorio ma non farlo equivale ad amputarsi un arto che, tra l’altro, chi non legge è inconsapevole di avere e poter utilizzare”.
La ferocia è il ritorno dello stato di natura, alla legge del più forte. Uno spaccato della nostra contemporaneità che va ben oltre i confini di Bari…
“Per Leonardo Sciascia, la sua Sicilia era una metafora dell’Italia. Un luogo periferico come la Dublino di James Joyce, quella che lui definiva il centro della paralisi, è diventato il simbolo di tutte le città del Novecento… Tutti coloro che raccontano una terra credo che in realtà ne superino i confini. Vadano oltre. Questo, è vero, è un romanzo feroce nella definizione più squisitamente darwiniana. Non perché tale ferocia mi piaccia, ma perché il mondo di oggi è così”.
Da Ennio Flaiano nel 1947 a lei: cosa si prova a vincere lo Strega?
“E’ una bella sensazione anche se grandissimi scrittori non lo hanno mai vinto e altri lo hanno ricevuto non certo coi loro romanzi migliori.
Lo Strega ti regala una grande visibilità mediatica, molti lettori… e ciò potrebbe avere un effetto paralizzante, poiché la scrittura, al contrario, credo debba essere protetta. Io avevo alle spalle già numerose presentazioni, una lunga maratona di promozione in tempi non ancora sospetti a cui, grazie allo Strega, continuerò a dedicarmi. Poi, come tutti gli scrittori, mi chiuderò in casa e ricomincerò a lavorare sul serio”.
Fa parte del comitato di selezione della Mostra del Cinema di Venezia. Qual è il suo rapporto con la settima arte?
“Ho imparato ad amare il cinema sin da ragazzino, grazie a registi straordinari come Stanley Kubrick, David Lynch, David Cronenberg… Letteratura e cinema, pur intrattenendo un rapporto strettissimo, si basano su strumenti linguistici completamente differenti. Vi sono sfumature proprie del linguaggio letterario intraducibili al cinema e, al contrario, scene cinematografiche talmente potenti da non poter essere in alcun modo riprodotte su carta (basti pensare all’apocalittica scena finale del Dottor Stranamore di Kubrick).
Jessica Bianchi

 

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