Giovani nella società liquida

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E’ possibile che una società basata sull’assoluto individualismo possa immaginare un futuro collettivo? Brunetto Salvarani si spinge lontano, parla di giovani ma individua negli adulti precise responsabilità: “aver smesso di pensare, facendoci travolgere da ritmi frenetici in un mondo dove conta chi ha di più, chi tira le redini, chi vince, è una scelta che oggi paghiamo con l’assenza di valori, di cultura, di istruzione”. L’ultima occasione in cui ci si occupò in modo approfondito dei giovani di Carpi risale al 1997 quando Brunetto Salvarani, allora assessore con delega alle Politiche Giovanili,  commissionò un’approfondita ricerca sul mondo giovanile carpigiano: Carpi Diem. Da quella ricerca si passò poi all’elaborazione di politiche in cui era ricompresa anche la realizzazione dello Spazio Mac’è. Oggi, con l’istituzione di un Tavolo per l’Adolescenza, l’Amministrazione Comunale pare interessarsi nuovamente dei giovani di questa città e delle politiche giovanili. Brunetto Salvarani, teologo, saggista e critico letterario, si trova ad Assisi in occasione della sessione estiva di formazione del Sae, Segretariato Attività Ecumeniche, ma si rende comunque disponibile per rispondere ad alcune domande.
Sono passati ormai vent’anni da quella stagione felice per le politiche giovanili, che riflessioni maturarono in quegli anni?
“Io ricordo che riprendere in mano il capitolo delle politiche giovanili in quella stagione non fu cosa scontata: le giunte precedenti non lo avevano ritenuto meritevole di una trattazione a parte nella convinzione che l’argomento andasse affrontato nei singoli ambiti: i giovani a scuola, i giovani nello sport, i giovani nel tentativo di trovare lavoro… Le politiche giovanili erano in altri termini spalmate col rischio di rimanere lettera morta. Fu una scelta politica quella di riprendere in mano il capitolo riguardante i giovani e, visto che non basta inventarsi due iniziative e organizzarle, aprimmo un percorso di conoscenza con il reperimento di dati attraverso una ricerca non sui giovani singoli ma sulle aggregazioni giovanili, analizzandone la dimensione relazionale, di gruppo, di comunità. Noi arrivammo quasi ultimi rispetto anche ad altri comuni più piccoli come Fiorano”.
Quella ricerca fu il punto di partenza sulla base di un campione che comprendeva gruppi formali e informali.
“E i gruppi informali risultarono numericamente più significativi: un indizio interessante. Da una parte, la ricerca analizzava la tradizione di raggruppamenti legati soprattutto a mondi come quello ecclesiale e sportivo (ricordo che quello culturale in quanto tale era un po’ più povero, non a caso) e dall’altra parte tutte le aggregazioni  informali di adolescenti che si ritrovavano in piazza o intorno a  qualche parchetto: ed erano molti di più, come indicazione di base”.
Quella fu la mappa di partenza?
“Sì, perché prima di aprire il percorso che ci portò a inaugurare uno spazio fisico, poi chiamato Mac’è ci sembrava importante capire quali fossero le esigenze dei gruppi giovanili. Questo fu l’obiettivo.  Partire dalle considerazioni di persone adulte come eravamo noi in giunta  o da quelle degli operatori sarebbe stato comunque prendere le mosse da una precomprensione di un punto di vista diverso ed esterno per quanto motivato e animato dalle migliori intenzioni. Provammo a capire di che cosa c’era bisogno, secondo i giovani, in una città che tradizionalmente vive di grandi proposte per fasce di età adulte e anziane ma, invece, come emergeva dalla ricerca, è piuttosto povera o lascia ad alcuni ambienti, come quello ecclesiale, tutta la responsabilità con oneri e onori della formazione dei ragazzi”.
Da quella ricerca partiste per l’elaborazione di politiche giovanili tra cui anche la realizzazione del Mac’è che è rimasto fino ai giorni nostri…
“Credo che il Mac’è sia stata la la realizzazione principale: noi cercammo di costruirlo alla luce di quello che stavamo leggendo e stavamo cercando di capire.
L’idea fu quella di prenderci quello spazio perché, come succede spesso nelle dinamiche di giunta, c’erano altre proposte. Io ricordo che la ricerca rappresentò anche un punto di forza per far passare l’idea che quella era una straordinaria occasione per rilanciare l’importanza dei giovani individuando uno spazio nel quale loro sarebbero stati protagonisti a tutti gli effetti. Vi si offrivano soprattutto servizi culturali ad hoc: sfruttando la professionalità e la competenza dei nostri  operatori dei diversi istituti culturali (biblioteca, ludoteca, fonoteca..) realizzammo al Mac’è uno spazio in cui ci fossero libri, cd e giochi, fermo restando che sarebbe stato anche uno spazio del tutto informale in cui incontrarsi senza nessun altro tipo di pretesa e proposta strutturata. Insomma c’erano i laboratori e le due sale prova per i tanti giovani che fanno musica ma anche spazi di libertà”.
A distanza di quasi vent’anni non è forse il caso di ripensare ai giovani che sono così cambiati rispetto ad allora?
“Io parlo da cittadino, non ho dati reali. Quando c’è un cambio di giunta, pur nella continuità politica,  la prima cosa che si fa è cambiare tutto o quasi.  Il cambio di rotta o un investimento sulle politiche giovanili non dipende dalla crisi o dalle minori risorse: si tratta di credere o meno che un impegno come quello profuso anni fa in un lavoro non facile e non comodo, che coinvolge molto perché i giovani non amano le finzioni, sia comunque importante.  La mia sensazione è che sul Mac’è ci sia stato un progressivo abbandono: non c’è stata una continuità di attenzione e di sensibilità e su questo andrebbe fatta una riflessione anche partendo da nuovi dati. Il fatto che oggi si voglia prendere in mano questo capitolo in maniera seria credo sia positivo perché c’è molto da lavorare, a partire dalla comprensione dei giovani d’oggi perché è cambiato completamente il mondo nell’arco di pochissimo tempo”.
Come li vedi i giovani oggi?
“Qualsiasi risposta si presta a tutte le contestazioni del mondo. Ho una percezione legata al mio vissuto e molto relativa. Per quel che posso capire, credo che i giovani, oggi, stiano vivendo un profondo disagio diverso da quello di allora.
La percezione di vivere in un Paese che sta andando alla deriva è molto forte e la prospettiva di avere la possibilità di muoversi su uno spazio fisico come quello dell’Europa e del mondo, immaginando il proprio futuro altrove, è molto più forte rispetto a vent’anni fa.
Ciò naturalmente cambia il modo in cui ti pensi, in cui vedi la realtà, in cui progetti il tuo futuro, in cui imposti i tuoi studi. Il fatto di poter andare a fare l’Erasmus è ormai una banalità: dall’Erasmus alla possibilità di stare per alcuni anni fuori dall’Italia il passo è breve e questo, evidentemente, elimina quella stanzialità che per lungo tempo è stato un dato quasi ovvio.  Scappare da Carpi voleva dire all’epoca andare a Bologna, per i più coraggiosi. Oggi vuol dire trasferirsi a Sidney o negli Stati Uniti. E’ un disagio rispetto al quale non c’è da individuare un colpevole, ma ha a che fare con il naufragio della politica italiana (oggi potremmo dire europea e non sbaglieremmo troppo).
Non si confida più che le cose possano cambiare per via politica mentre i giovani di vent’anni fa, figli del ‘92-94 e della rivoluzione post Mani Pulite, vissero una sorta di rilancio, come si vedrà illusorio.
Oggi tutta una serie di istituzioni che allora erano fondamentali, dalla politica, alle istituzioni ecclesiali, ai sindacati, danno l’impressione di essere afone e incapaci di intercettare un cambiamento che è nelle cose e dovrebbe vedere i giovani protagonisti. Invece li vede strumentalizzati o del tutto assenti o costruttori di percorsi esclusivamente individuali. Si è realizzata la società liquida di Bauman: la generazione degli adulti di oggi non mi pare stia facendo tanto per dare segnali in controtendenza”.
Sara Gelli

 

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