Nel mare dell’indipendenza musicale

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Si chiama Mar dei Mai il loro primo album autoprodotto che allude all’abisso di propositi spezzati dal vento contrario, alle debolezze umane, a tutti i nostri “non ho mai” e “non farò mai” che fluttuano come relitti nel mare della vita.  Sono i Blanc Noise, il quartetto musicale, composto dal bassista carpigiano Alessandro Bevini, e dai correggesi Filippo Guizzetti, Samuel Pietri e Matteo William Salsi.
Avete appena autoprodotto il vostro primo LP. Come è nato questo disco?
Filippo: “il Mar dei Mai è qualcosa che affrontiamo tutti. E’ il grande mare dei nostri “non ho mai” e “non farò mai”. Noi siamo piccoli naufraghi sulla nostra barchetta che cerchiamo di strappare continuamente al grande mare della vita ciò che vogliamo fare nostro”.
Matteo: “in quanto band emergente a volte ci sentiamo anche noi come naufraghi guidati dall’istinto di sopravvivenza e dalla tentazione insopprimibile di andare controvento. Abbiamo  affinato gli ami e rese salde le lenze per poter strappare al grande Mare le nostre piccole conquiste. Questo disco vorrebbe essere la nostra pesca grossa”.
Qual è il fil rouge che lega tra loro i brani dell’album?
Samuel: “il filo conduttore dell’album è sicuramente il viaggio. Quello di un marinaio che cerca disperatamente la terra dopo anni di fatiche in mare; quello di un piccione che senza sosta cerca la via verso casa o, ancora, il nostro percorso per portare a termine l’album.  Indipendentemente da quale sia la meta da raggiungere, ciò che conta è sempre quel che si prova durante il cammino”.
Negli ultimi due anni avete vinto il prestigioso premio Daolio e lo Sputnik Rock Festival: come è iniziato tutto? Dove vi siete conosciuti?
Filippo: “io e Matteo siamo gli unici rimasti della formazione originaria. Ci siamo conosciuti nel 2005, abbiamo cominciato a suonare insieme e non abbiamo più smesso. Con l’arrivo di Samuel nel 2011 e di Alessandro nel 2013 abbiamo trovato una straordinaria  intesa”.
Perché avete scelto il nome Blanc Noise (“Rumore bianco”)?
Filippo: “è stata una ricerca smaniosa di un nome alternativo, di un suono che fosse anche visivo. L’abbiamo scelto quando ancora cantavamo in inglese e il nome gioca tra il francese (blanc) e l’inglese (noise). E’ un binomio misterioso e contaminato: caratteristiche che sentiamo particolarmente vicine a ciò che facciamo”.
Matteo: “esattamente come i nostri pezzi anche il nome è nato in sala prove. Siamo partiti leggendo qualche vecchio testo in inglese poi, come spesso ci capita, abbiamo cercato di complicare la faccenda e di metterci dentro un’altra lingua, perché giustamente quando cerchi il nome del tuo gruppo ci devono stare dentro almeno cinque o sei mondi, di certo non uno solo.
Qualche mese dopo abbiamo scoperto che il cosiddetto “white noise” esiste davvero e che l’unione di tutti i colori dà il bianco. Ci è piaciuto e ce lo siamo cuciti addosso”.
Come definireste il vostro stile musicale? Ci sono dei musicisti a cui vi ispirate?
Filippo: “noi facciamo rock dipendente, nel senso che dipende dal momento! Il nostro stile è una ricerca continua e incessante, che penso emerga nei nostri pezzi. Non diamo nulla per scontato. Artisti che nel tempo ci hanno ispirato, amato e poi stancato, odiato e poi  amato ce ne sono tanti… La nostra eterogeneità musicale deriva in gran parte da questo. Abbiamo riferimenti che  si evolvono continuamente insieme a noi ma, se devo citare qualche punto fermo, direi: dEUS, Incubus, De André, Beatles e Il Teatro degli orrori”.
Quali sono le prossime date in cui presenterete il vostro album?
Samuel: “il 21 marzo presso il locale La Tenda a Modena, e il 2 aprile al Ristorante Antica Corte a Commessaggio, in provincia di Mantova”.
Progetti futuri? La musica rimarrà un hobby o vorreste farla diventare la vostra professione?
Alessandro: “la musica non sarà mai un hobby e, ovviamente, il nostro desiderio è quello di farla diventare un giorno qualcosa di più. E’ vitale per noi, così come è sempre stato fondamentale farla liberamente, senza pensare al giudizio del mercato, delle radio o delle mode del momento. Tuttavia se il nostro scopo fosse solo quello di farne un mestiere a tutti i costi perderemmo istantaneamente molto dello spirito e del senso che ha per noi fare musica.  Per ora il nostro modo di vederla ci ha ripagato in termini di feedback, soprattutto con la vittoria di alcuni concorsi a cui abbiamo partecipato. Immagino che ciò significhi che ci sia del buono in quel che ci passa per la testa”.
Chiara Sorrentino
 

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