“La scuola non è attrezzata per i disturbi specifici di apprendimento”

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Eguaglianza non significa ottenere sempre lo stesso trattamento per tutti: ove vi siano situazioni, posizioni e punti di partenza differenti infatti, il medesimo trattamento potrebbe di fatto tradursi in diseguaglianza. Questo principio basilare del diritto riguarda anche Simone Fornari, tredicenne carpigiano affetto da dislessia, discalculia e dislalia, tre disturbi specifici di apprendimento (DSA) che, se non efficacemente fronteggiati, rischiano di comportare grandi difficoltà per la persona. Le norme italiane, spesso accusate di farraginosità sono, a tal proposito, molto chiare: con la Legge 170 dell’ottobre 2010 lo Stato intende garantire il diritto all’istruzione e favorire il successo scolastico di tali studenti, stabilendo una serie di strumenti che la scuola deve garantire, tra i quali, “una didattica individualizzata e personalizzata, con forme efficaci e flessibili di lavoro scolastico che tengano conto anche di caratteristiche peculiari dei soggetti, l’introduzione di strumenti compensativi, compresi i mezzi di apprendimento alternativi e le tecnologie informatiche, nonché misure dispensative da alcune prestazioni non essenziali ai fini della qualità dei concetti da apprendere”. Se ciò non bastasse, gli strumenti compensativi suggeriti per Simone sono presenti anche nella relazione neuropsicologica effettuata dall’Ausl modenese nel 2001 che consiglia, tra gli altri: “l’uso del computer con programmi di videoscrittura, correttore ortografico e sintesi vocale, dizionari digitali, prove di verifica preferibilmente orali e valutazione delle prove scritte che tenga conto del contenuto e non della forma; supporto di schemi e mappe concettuali”. Il problema, sostengono la madre Luana e la sorella Diletta, che tanto tempo delle sue giornate lo utilizza per aiutare il fratello più piccolo a studiare, è che quasi nulla di tutto questo avviene. “Il tablet – spiega la madre – è arrivato soltanto a ottobre di quest’anno, ma pare che i professori non lo aiutino a utilizzarlo. Per il resto, non soltanto non vengono impiegate mappe concettuali, ma non viene neppure dispensato dalle prove scritte e i suoi errori ortografici vengono conteggiati nel giudizio finale che, di conseguenza, è molto basso. Questo è un problema grave per mio figlio che si è chiuso in se stesso e si è abituato a pensare di essere meno bravo dei suoi coetanei, quando in realtà sono i docenti che non lo mettono nelle condizioni di affrontare i suoi disturbi”. Il ragazzo frequenta anche il centro educativo Up-Prendo, grazie al quale il suo profitto scolastico è decisamente migliorato, ma il senso di ingiustizia resta, così come emerge dalle parole di Diletta: “nella sua classe ci sono altri tre bambini dislessici, ma la sua è la forma più acuta. Gli viene ripetuto da alcuni professori che non viene trattato diversamente perché è uguale agli altri, ma il punto è che sono i suoi stessi disturbi, certificati dai medici, a renderlo bisognoso di un differente trattamento in ambito scolastico. Trattarlo come i suoi compagni significa discriminarlo e non fare altro che aumentare le sue difficoltà. Ormai il suo percorso alle medie sta per terminare e spero che, almeno in occasione dell’esame di fine anno, si possa garantire a Simone quella modalità di prove che la Legge prevede. Se abbiamo deciso di raccontare i suoi travagli scolastici, iniziati alle elementari, dove per anni nessuno si era accorto dei suoi disturbi, notati poi da una supplente, è per sensibilizzare al tema i genitori, l’opinione pubblica e il corpo docente. A questo proposito Aid, l’Associazione italiana dislessici, organizza spesso incontri informativi a Carpi. Abbiamo partecipato a tutti questi momenti ma, purtroppo, non abbiamo mai visto un insegnante. Ci sembra che molte scuole, e così emerge dal racconto di altri genitori e dai membri dell’associazione, non soltanto non possiedano gli strumenti necessari, ma che non abbiano adeguatamente formato i propri docenti relativamente ai DSA. E questo, se da un lato è un peccato, dall’altro rischia di rendere il percorso scolastico di questi ragazzi, che non hanno alcuna colpa, un vero e proprio incubo”.
Marcello Marchesini
 

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