La crisi fa male all’anima

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Che il fardello della crisi economica incida profondamente sulla psiche umana, uccidendo ogni orizzonte di senso e speranza, è oggi un dato inequivocabile, frutto di una ricerca di casa nostra.
Il costo della crisi in termini di salute mentale è il titolo dell’interessante indagine condotta dal Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze Patologiche dell’Azienda Usl di Modena e dalla Fondazione Marco Biagi dell’Università di Modena e Reggio Emilia. “La ricerca conferma che l’effetto negativo sulla salute mentale è diretto: difficoltà finanziarie, disoccupazione e indebitamento producono ansia e depressione, quella che noi addetti ai lavori definiamo depressione motivata. I modenesi, in particolare, abituati a vivere in un contesto caratterizzato da un elevato standard sociale ed economico, risultano più sensibili rispetto a una prolungata crisi economica. Un fenomeno che risulta accentuato nelle zone che hanno anche dovuto affrontare l’evento traumatico del terremoto (risiedere in un’area del cratere sismico diminuisce del 5% la salute mentale di donne e uomini)” spiega Fabrizio Starace, direttore del Dipartimento di Salute Mentale di Modena. I numeri parlano chiaro: nella nostra provincia l’indice di salute mentale è diminuito più della media italiana (-2,6), passando dal 48,6 nel 2006 al 45,97 nel 2012. Tra le persone di età compresa tra i 25 e i 64 anni, si rileva un peggioramento nella salute mentale in entrambi i sessi: -3,2 per gli uomini e – 2,7 per le donne. I primi accessi ai Centri di Salute Mentale dell’Ausl di Modena sono aumentati del 25% per gli uomini e del 13% per quanto riguarda le donne (dal 2006 al 2012).  A ciò si aggiunge un aumento dell’uso di farmaci antidepressivi che nel quadriennio 2010 – 2014 ha registrato un incremento sensibilmente superiore rispetto a quanto avvenuto nelle altre province della Regione.  Dalla ricerca però non emergono solo dati negativi. 
“Il nostro territorio è sede di innovative sperimentazioni che ci hanno consentito di evidenziare come le politiche attive possano, attraverso l’inserimento lavorativo, contribuire a migliorare la salute mentale con un effetto positivo anche sulla spesa sociosanitaria”, ha sottolineato Tindara Addabbo,  economista del lavoro presso la Fondazione Marco Biagi.   Lo studio ha infatti messo in risalto che una politica attiva indirizzata a migliorare l’inclusione lavorativa delle persone in trattamento presso i CSM ha un effetto positivo sul benessere individuale e riduce il ricorso all’assistenza psichiatrica ospedaliera. In provincia circa 600 persone con problemi di salute mentale sono stati inseriti in politiche attive del lavoro nell’anno 2012, mostrando una diminuzione dei ricoveri e della durata media di degenza. 
L’incertezza derivante dalla perdita del lavoro e l’espandersi di condizioni lavorative precarie sono state da tempo individuate come determinanti di una precaria salute mentale. D’altro canto, però, la ricerca dimostra, per la prima volta in Italia, l’efficacia dei programmi di inclusione in politiche attive del lavoro anche nelle persone con disturbi psichiatrici gravi, persone che altrimenti graverebbero esclusivamente sul sistema assistenziale. Questi risultati segnalano ai policy makers – ovvero coloro che dispongono del potere di elaborare e determinare orientamenti e strategie riguardanti le questioni più rilevanti per la società – una maggiore attenzione verso la manutenzione e l’incremento delle reti di sostegno per la salute mentale delle persone nei periodi di crisi e confermano l’utilità di ampliare l’accesso ai programmi di inserimento lavorativo per le persone con disagio psichico.

 

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