La casa delle due magnolie

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Ogni casa ha una storia da raccontare. Un’energia da liberare. Ed è proprio con quel suo silenzioso respiro che un architetto deve saper dialogare. Perché comprendere lo spirito di un luogo, sentire le vite che lì si sono rincorse, significa poter creare qualcosa di straordinario. Bellissimo. Un compito tanto affascinante quanto complesso, di cui l’architetto carpigiano Gian Luca Montanari ci ha offerto un esempio da ammirare. Da alcune settimane, in viale Carducci, Villa Marri si staglia in tutto il suo candore.  Della struttura di inizio Novecento non è rimasto nulla: completamente reinventata, la villa è ora un esempio di contemporaneità. Un cubo bianco. Candida e lucente, la casa, di proprietà della famiglia Marri, parla la lingua dell’oggi. Della modernità. Inserita in un contesto architettonico decisamente più classico, la villa regala al viale un sapore metropolitano. Una commistione tra vecchio e nuovo a cui le grandi capitali europee ci hanno abituati da tempo. Il carattere coraggioso e innovativo del progetto firmato da Montanari, architetto classe 1970, ha portato alla Corte dei Pio, un pizzico del fascino della Berlino contemporanea in cui passato, presente e futuro si fondono.
Architetto, sono state numerose le critiche mosse al suo progetto, tacciato di essere stonato, del tutto decontestualizzato. Come replica?
“Sono convinto che le città debbano rinnovarsi in linea con i cambiamenti dei tempi. Dobbiamo credere nell’innovazione e nelle nuove tecnologie, compiendo interventi sostenibili con un occhio rivolto al benessere di chi vive un’opera. Quando si discute di una struttura  significativa e strategica come questa, seppur privata, non si può avere la pretesa di soddisfare tutti i palati, ne sono cosciente, ma fa parte delle scelte operative che mi sono imposto. Ritengo che ogni tecnico debba esprimere la propria sensibilità seppure nel rispetto delle disposizioni normative e delle scelte della committenza. Sono molto soddisfatto del dibattito che si è formato intorno a quest’opera, come d’altronde era già accaduto per altre compiute in precedenza: dall’Hotel Touring di Carpi al Club Hotel di Riccione ad esempio. Credo che il progetto di riqualificazione del Touring, nel 2001, commissionato dalla Famiglia Tarabini – Molinari abbia contribuito in maniera significativa a rompere quel muro di conservazione e paura a guardare oltre, con coraggio, all’innovazione della forma e dei contenuti”.
Qual è la sua visione di architettura?
“L’architettura non ha una definizione univoca. E’ un atteggiamento. Una strategia, che consiste nell’amalgamare elementi passati e presenti con altri che non sono ancora stati inventati, creando un progetto. Architettura è anche saper interpretare i bisogni  della committenza e offrire una risposta il più possibile pertinente e poetica. Poesia che può essere interpretata in modo positivo o negativo. Il nostro ruolo è difficile poiché ogni volta è diverso. Cambiano gli scenari, le esigenze, le normative: ogni nuovo progetto suggerisce e trasmette stimoli sempre diversi e vivacizza lo spirito critico. Mi piace credere, come sostiene un importante architetto ticinese, che ogni lavoro possegga una grande “quantità di energia” che si manifesta in maniera leggera o violenta. Attraverso l’architettura si può scegliere di esprimersi liberamente, di deviarla o interromperla.Un nuovo progetto stabilisce anche un nuovo equilibrio delle energie del luogo. La connessione dell’uomo con queste energie è la sua percezione positiva o negativa dell’opera realizzata”.
Qual è la sua formazione? I suoi maestri?
“Sono cresciuto con la scuola del grande architetto carpigiano Euro Rustichelli, purtroppo scomparso e mai del tutto compreso, e sono maturato grazie alla guida dell’architetto barcellonese Carlos Ferrater al quale sono estremamente riconoscente. La mia attività promuove l’uso del linguaggio moderno e contemporaneo. Ogni opera è per me una sfida, uno stimolo all’innovazione e alla ricerca”.
Come è nato il progetto della nuova Villa Marri? Quali sfide avete dovuto affrontare?
“Il contesto di Villa Marri è particolare, unico e originale. E’ infatti l’unico lotto di viale Carducci racchiuso in una corte chiusa sui tre lati, completamente accerchiato da edifici alti, principalmente della prima metà del secolo scorso. Considerate le condizioni deteriorate della vecchia villa resa totalmente inagibile dal disastroso evento sismico del maggio 2012, abbiamo optato, insieme alla famiglia, per la demolizione e la successiva ricostruzione nella medesima sagoma planivolumetrica, come stabilito dalle norme. I proprietari, a causa delle innumerevoli batterie di finestre prospicienti, desideravano tutelare al massimo la propria privacy senza però rinunciare ad ambienti pieni di luce naturale; una sfida che mi ha portato a riconsiderare volumi e aperture”.
La villa appare come un cubo bianco, dove vuoti e pieni si rincorrono…
“Esatto. Abbiamo creato un edificio introspettivo con grandi vetrate inserite nei punti strategici e lucernari in copertura dai quali ammirare il cielo, capaci di catturare la luce zenitale, la quale muta continuamente col trascorrere delle ore, creando all’interno giochi di luci e ombre sempre diversi e conferendo agli ambienti un’atmosfera unica e mutevole. Abbiamo poi realizzato dei tagli verticali incassati che si affacciano sulle parti più interessanti del contesto, da Palazzo Caleffi a via Borgofortino e le sue caratteristiche costruzioni, a viale Carducci… in questo modo alcuni angoli storici particolarmente suggestivi sono stati “trasportati” all’interno della casa e contestualizzati. Vi è un profondo rapporto tra la casa e il tessuto urbano circostante. Una sorta di dialogo silenzioso. Rispettoso. Le geometrie sono semplici, equilibrate e funzionali. Inoltre la residenza è pressoché autosufficiente e in classe energetica elevatissima. Sono davvero molto orgoglioso di questo progetto”.
Del passato di Villa Marri è stato preservato qualcosa?
“Il villino non era soggetto a vincoli e non aveva alcun pregio stilistico però, all’inizio del Novecento, Villa Marri era chiamata la casa delle due magnolie. Sono quindi molto felice d’essere riuscito a conservare le due splendide e storiche magnolie che svettano davanti alla villa: unici elementi, a mio avviso, per cui valesse davvero la pena battersi. Che soddisfazione aver notato come, dopo l’ultimazione della costruzione, questi due imponenti alberi si siano rigenerati”.
Come giudica il patrimonio architettonico del tessuto urbano cittadino?
“Credo che Carpi, oggi, possa vantare un certo numero di opere definibili contemporanee di un certo valore, le quali sono state  realizzate soprattutto da colleghi della mia generazione. La mia speranza è che questo fenomeno possa crescere  ancora, anche attraverso iniziative di progettazione partecipata. Carpi lo merita”.
Jessica Bianchi

 

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