Parlano inglese e volano via

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Come è cambiato il volto del mondo del lavoro nel corso del tempo? Come la crisi economica ha inciso sul tessuto produttivo carpigiano e non solo? Quali strumenti deve adottare la scuola per formare le figure richieste dal mercato? A questi fondamentali interrogativi ha tentato di dare una risposta l’Istituto professionale Vallauri di Carpi e, considerata l’altissima percentuale di occupazione dei suoi diplomati (il 73% dei diplomati dello scorso anno scolastico è già inserito in un contesto lavorativo), pare avere centrato i propri obiettivi. “La crisi ci ha indotti a una riflessione sulla nostra offerta formativa – ha commentato Alberto Manganiello, coordinatore dell’Area Professionalizzante e del Comitato scientifico scolastico – e ci ha spinti a ripensare completamente la nostra scuola. Oggi i nostri ragazzi imparano un mestiere lavorando, attraverso stage e laboratori, unitamente a una solida base culturale”. Un cambio di passo che ha letteralmente fatto schizzare le iscrizioni, passate dalle 96 del 2008 alle 223 di quest’anno. “Il Vallauri – ha aggiunto il dirigente scolastico Margherita Zanasi – è una realtà consolidata all’interno del tessuto produttivo carpigiano: svolge un ruolo centrale nella formazione delle nuove generazioni garantendo loro, al termine degli studi, le competenze necessarie per ricoprire i ruoli dei profili professionali richiesti dalle aziende”. Per favorire una scelta consapevole da parte delle famiglie l’Istituto ha organizzato, lo scorso 18 gennaio, una tavola rotonda alla presenza di alcuni rappresentanti del Comitato Tecnico Scientifico e del mondo imprenditoriale cittadino. Un’occasione di dialogo tra due mondi, quello della scuola e quello del lavoro, fondamentale per il futuro dei più giovani, soprattutto in un momento complesso come quello attuale. “La disoccupazione giovanile è preoccupante e, oggi, l’inserimento nel mondo del lavoro è molto difficile – spiega l’ingegnere Dario Manicardi del Gruppo Angelo Po Grandi Cucine, il quale occupa 350 persone –  per tale motivo i ragazzi devono scegliere bene il proprio percorso formativo. Non solo: occorre ampliare i propri orizzonti, anelando a professioni innovative, non facilmente reperibili e, allo stesso tempo, guardando lontano, all’estero. Il lavoro sotto casa appartiene al passato e una buona conoscenza della lingua inglese è fondamentale”. Indispensabile, poi, secondo Manicardi, saper coniugare “conoscenze tecniche a buone attitudini personali. Capacità di lavorare in team, autonomia, intraprendenza, doti di problem solving, curiosità e senso pratico rappresentano ciò che ogni azienda cerca in un potenziale dipendente”. “Studiate tanto e siate curiosi”, questo invece il messaggio lanciato a più riprese da Stefano Pastori, direttore del personale della ditta Liu Jo (la quale conta 550 dipendenti tra il quartier generale carpigiano e il mondo retail). “Oggi non è facile fare fashion: la concorrenza è mondiale. Il segreto? Costruire un sogno. Saper emozionare attraverso una collezione.
Fare moda significa studiare, cercare, comprendere i mercati. Noi desideriamo avere persone che abbiano voglia di sperimentare e mettersi in gioco. Giovani disponibili al sacrificio, che hanno intenzione di impegnarsi a fondo”.
E se i settori della moda e della manutenzione e assistenza tecnica, in ambito meccanico, elettronico ed elettrotecnico, cui corrispondono i percorsi di studio presenti nell’Istituto fossero saturi o poco appetibili per i talenti prossimi al diploma?
In loro aiuto potrebbe correre il mondo della cooperazione coi suoi 27mila occupati nella sola Provincia di Modena, ha chiosato Gianluca Verasani, direttore di Legacoop Modena. “Il lavoro lo si può provare a inventare. Buone idee possono trasformarsi in progetti innovativi e, di conseguenza, in start up”. E laddove le banche hanno chiuso i rubinetti, prosegue Verasani, “la cooperazione prevede dei fondi per finanziare la nascita di nuove cooperative. Realtà che devono sapersi distinguere, senza paura di guardare oltreconfine, perchè oggi il mercato domestico è, come minimo, l’Unione Europea”.
Jessica Bianchi
 

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