Outlet della maglieria: un’occasione persa per il Made in Carpi

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Il progetto era importante e ambizioso, pensato per essere uno strumento di commercializzazione ma anche – e soprattutto – di promozione nazionale e internazionale del distretto carpigiano della maglieria e delle confezioni, del made in Carpi insomma, in tutte le sue eccezioni. Una vera e propria vetrina della produzione di eccellenza carpigiana, come mai era stato realizzato in città. Il progetto era stato ideato da Luana Ganzerli, esperta nel settore moda e nel marketing, direttore del Consorzio Eco, con 25 anni di attività nel distretto della maglieria e della confezione. Consorzio vocato all’esportazione del prodotto, che ha al suo attivo un’intensa attività promozionale delle imprese carpigiane in tutto il mondo attraverso le più importanti fiere e saloni della moda in Europa, America e Asia. Le aziende associate ora sono 35, ma erano 55 negli anni più fortunati.
Ma come è andata con il Progetto Outlet? Lo chiediamo a Luana Ganzerli nella sede del Consorzio Eco che si è trasferito dalla sede di via Rovighi a Correggio, in seguito al terremoto. “Purtroppo male per responsabilità delle aziende che avrebbero dovuto partecipare alla iniziativa in gran numero mentre invece sono state soltanto 15 quelle che hanno aderito. Un numero insufficiente per attivare e organizzare uno show room di proporzioni tali da sembrare un vero e proprio outlet”.
Quali sono state le ragioni della mancata adesione?
“Certamente le difficoltà conseguenti alla crisi economica anche se avevamo ridotto al minimo la quota di adesione e di partecipazione offrendo spazi, supporti, personale interno e tutti i servizi essenziali dal momento che avremmo ottenuto contributi da parte di CarpiFormazione e altri enti pubblici. Tutto inutile. I carpigiani non hanno apprezzato e capito il significato e l’importanza della mia idea. E così l’iniziativa è fallita. O, per meglio dire, è sospesa in attesa di tempi migliori”.
Ma l’attività promozionale del Consorzio procede nonostante la crisi?
“Certamente anche perchè è in questi frangenti che occorre sostenere e affiancare le imprese nell’export, nella ricerca e nella penetrazione in nuovi mercati. Anche se facciamo fatica a sensibilizzare i nostri produttori che sono stati abituati in passato a guadagnare bene da soli, in proprio e non in gruppo perchè è nota la caratteristica dei nostri imprenditori: sono individualisti, faticano ad aggregarsi e, quando lo fanno, ne sono poco entusiasti. E questo è un limite imprenditoriale che riduce la capacità di guardare avanti e oltre, non avvedendosi che il mondo è cambiato, che la globalizzazione è già in atto e che, proprio per questo, stanno perdendo occasioni e opportunità di essere presenti là, dove è necessario essere, dove si sono sviluppati nuovi mercati”.
Scoraggiata?
“Neanche per idea. Quella dell’outlet è un’idea che ho accantonato ma non abbandonato. E continuo la mia attività di sempre, con missioni esplorative all’estero, specie in Cina, Russia, Hong Kong e Polonia, per aprire nuovi sbocchi commerciali ai miei associati visto che il mercato nazionale è saturo. Perchè noi carpigiani siamo imbattibili nella produzione, ma mostriamo tutti i nostri limiti nella commercializzazione e nella valorizzazione delle eccellenze che siamo capaci di realizzare”.
Il made in Carpi riuscirà a reggere la sfida internazionale?
“Certamente grazie all’inventiva e al genio creativo dei nostri stilisti e alla capacità di lavoro di imprenditori e dipendenti che tramandano alle nuove generazioni queste loro caratteristiche anche se snobbano i rapporti tra loro e le forme associative. Nonostante le difficoltà economiche e i precari rapporti con le banche, la voglia di reggere, reagire e resistere c’è. Basta guardarsi intorno per vedere tante piccole realtà che non vogliono abbassare le serrande ma continuare a lavorare come hanno sempre fatto”.
Cesare Pradella

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