La nostalgia del presente

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“Bisognerebbe fare ogni nuovo film come se fosse il primo. Con lo stesso entusiasmo, la stessa ansia, la stessa emozione, lo stesso stupore”. E’ questo il segreto di Pupi Avati, il regista bolognese che, sabato scorso, ha presentato la sua autobiografia, La grande invenzione, in Piazza Garibaldi, intervistato dal caporedattore di Radio Bruno, Pierluigi Senatore, nell’ambito della rassegna Ne vale la pena. E, forse, risiede proprio nell’inesausta ricerca di questa impossibile innocenza, la ragione di una produzione artistica, arrivata a 45 film, di straordinaria qualità, tanto da fare di Avati uno dei grandi maestri del cinema italiano. Cinema che, però, non versa certo in buone condizioni: “se lo stato di salute complessivo del cinema è grave – ha dichiarato il maestro con mestizia – quello della cinematografia italiana è gravissimo. Una volta, nelle sale, si poteva incontrare il Paese reale. Per farlo oggi si deve andare in televisione”. Sono tante le difficoltà del cinema nostrano: dall’altissima competizione data dal continuo taglio delle risorse disponibili alla mancanza di interesse da parte delle istituzioni, alla disaffezione del pubblico. “Negli Anni ’60 si facevano 360 film all’anno, oggi 60. Se dovessi chiedermi cosa distingue i miei figli da altri giovani europei, cosa li rende italiani anziché inglesi o belgi, non saprei cosa rispondere. Non a caso gli ultimi film italiani che hanno vinto degli Oscar si rifanno al passato”. Ma l’incontro di Pupi Avati con il pubblico carpigiano non è stato foriero solo di sconfortanti considerazioni, tutt’altro. Il regista ha ripercorso la sua lunga carriera, costellata di film memorabili – da Regalo di Natale a Gli amici del bar Margherita, passando per Il cuore altrove e Il papà di Giovanna – e da incontri memorabili, come quelli con Monicelli e Fellini, dei quali era buon amico. “Per me la visione di 8 e ½ è stata rivelatrice. Mi ha mostrato come fosse possibile superare il Neorealismo e raccontare sì la realtà, ma superandola, attraverso l’arte e la fantasia”. La serata ha dato modo di conoscere anche i lati più nascosti del regista – che pare abbia inventato un nuovo cocktail a base di Lambrusco e Coca Cola – come il suo passato da clarinettista e il suo incontro-scontro con Lucio Dalla. “Ho amato il jazz degli Anni ’30 e ’40 che, venuto dall’America, ha contribuito a farci sognare un Paradiso più estetico che contenutistico, lasciandoci respirare e portando via quell’odore di miseria che aleggiava sull’Italia dell’immediato dopoguerra. E’ stato grazie al jazz che, finalmente, sono stato notato dalle ragazze. Suonavo in una band composta, a parte il sottoscritto, interamente da ginecologi, ed ero diventato il miglior clarinettista di Bologna, finché non arrivò Lucio che, senza aver studiato, suonava infinitamente meglio di me. E’ stato in quegli anni, e a prezzo di una certa frustrazione, che ho compreso la differenza tra passione e talento, ma poi con Lucio c’è stato un riavvicinamento, tanto che ha realizzato la colonna sonora dei miei due ultimi film”. Una delle cifre del cinema di Avati è sicuramente l’eterogeneità dei generi: dalla commedia al dramma, al film in storico, sino all’horror. Ma come nasce il Pupi Avati regista di quel terrificante thriller in salsa emiliano-romagnola che è La casa dalle finestre che ridono? “Dall’incontro con la cultura contadina, che è fatta di favole e di una forma di religiosità tese a spaventare, a incutere timore. La Seconda Guerra Mondiale, per i bolognesi, voleva dire fuggire dalla città a causa dei bombardamenti. La storia de La casa dalle finestre che ridono nasce, in particolare, da un episodio avvenuto durante il rifacimento del cimitero di Sasso Marconi quando, nel riesumare la salma del parroco, si scoprì che si trattava di una donna. Da piccoli i nostri parenti ci terrorizzavano con questa storia minacciandoci, se non avessimo ubbidito, di andare a chiamare il prete donna”. Ma l’immaginazione di Avati è stata stimolata, come per molti altri maestri del cinema e della letteratura, in famiglia. “Mia zia Amalia vestiva i morti, mentre mio nonno, negli ultimi anni di vita, si faceva scarrozzare in giro per i cimiteri dell’Appennino per scegliere il posto migliore dove farsi seppellire. E, ancora, un’altra zia, Dina, era fissata con la foto da mettere sulla propria lapide, tanto che alla fine se ne fece fare una tre volte più grande del normale. Insomma in passato c’era un dialogo gioioso e ricco con la morte, che era parte della vita. Ora invece sappiamo commentare quella degli altri, ma restiamo incapaci di immaginare la nostra e questo comporta conseguenze negative nella vita di tante persone”. A emergere dall’incontro carpigiano è stata insomma la figura di un ‘ragazzo scappato dalla provincia’ perennemente affetto da quella che chiama la nostalgia del presente. “La vita, soprattutto nei momenti felici, non dura nulla. Per questo, quando sono testimone di uno di questi fuggevoli attimi, cerco di fissarlo nella memoria, di imprimerlo dentro di me per farlo rivivere nei momenti di sconforto o attraverso la magia del cinema”.
Marcello Marchesini

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