Quel gran pezzo d’Emilia…

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Ormai dell’ottimismo non è rimasto che l’odore. Ogni dubbio è stato fugato, spazzato via da un vento tumultuoso che non accenna a diminuire: la crisi economica ha investito in pieno il vecchio continente. Come il cugino d’oltreoceano, l’Europa deve infatti misurarsi con una depressione economica che non ha precedenti da diversi decenni a questa parte: forse la più grave dall’integrazione comunitaria degli Anni ‘50. Come un pugno allo stomaco, la crisi continua a mordere duro e, democraticamente, non risparmia il nostro territorio, il cui tessuto imprenditoriale è in forte sofferenza. Cosa occorre fare allora per non sacrificare sull’altare della crisi il modello manifatturiero emiliano? Quali strategie occorre mettere in atto per evitare il collasso della nostra economia fortemente compromessa anche dal sisma di maggio? Quali modelli di crescita devono esser presi ad esempio? E, soprattutto, cosa può fare la politica per aiutare il nostro Paese, sempre più impoverito – e incattivito – a non recedere? Quali sono gli scenari che ci attendono? A tratteggiare le opportunità e le sfide che la crisi ci pone di fronte è il dottor Franco Mosconi, professore di Economia Industriale dell’Università di Parma e titolare della cattedra Jean Monnet, che ha dato alle stampe il libro, La metamorfosi del Modello emiliano – L’Emilia Romagna e i distretti industriali che cambiano.
Dottor Mosconi, cos’è il modello emiliano?
“E’ un “modello” che ha saputo conciliare efficienza ed equità o, in altri termini, creazione di ricchezza e coesione sociale. Sono, queste, le due facce di una stessa medaglia: l’economia di mercato. E guai a dimenticarsi dell’una a vantaggio solo dell’altra. Le società più eque sono quelle che, alla fine, crescono anche di più. Si pensi ai Paesi Scandinavi e, soprattutto, alla Germania”.
In un mercato globalizzato ha ancora senso parlare di tale modello?
“Certamente. La globalizzazione non comporta la negazione, tout court, dell’importanza del territorio e del ruolo di una comunità locale. Territorio e spirito comunitario contano, eccome, per la crescita di un solido sistema di imprese. Beninteso, negli anni del dominio assoluto dei “castelli di carta” (i derivati e tutte le diavolerie della finanza creativa) si è fatta passare l’idea che produrre – fare le cose – non contasse più nulla. Abbiamo visto com’è andata a finire. Oggi, nel mondo, a cominciare dagli Usa del presidente Obama, si sta discutendo del “revival” della manifattura. Il modello emiliano, proprio in forza del fatto che la sua vocazione manifatturiera non l’ha mai perduta, deve e può giocare un ruolo per la definitiva riscoperta della manifattura”.
Retto da un’ossatura prettamente manifatturiera, il nostro sistema economico regionale come si muove nel panorama della nuova geografia economica mondiale?
“Due dati fra i tanti che si potrebbero citare. Primo: nel 2011 l’economia dell’Emilia Romagna realizzava esportazioni per circa 48 miliardi di euro, a fronte di 30 miliardi di importazioni; ebbene, nessuna regione italiana realizza un surplus commerciale di questa entità, che in regime di cambi fissi (l’euro) dipende essenzialmente dalla capacità delle nostre imprese di produrre beni di qualità e di venderli in giro per il mondo. Secondo: se l’Unione Europea resta ancor oggi il principale mercato di sbocco, cresce anno dopo anno il peso – nel nostro export – dei Paesi “emergenti”. Nei 4 celebri BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) unitamente a Turchia e Sud Africa, due importanti protagonisti di questi anni, sono state esportate merci, nel 2011, per 6 miliardi di euro”.
Alla luce dello studio sul modello emiliano che lei ha coordinato in questi ultimi anni, come è cambiato il distretto del tessile/abbigliamento di Carpi?
“Del distretto carpigiano abbiamo parlato nei Seminari della primavera 2011 (la presentazione di ISP è disponibile sul sito della mia Cattedra) e del distretto si parla nel libro (segnalo i capitoli del direttore dell’Osservatorio Nazionale Distretti e di F. Guelpa, oltre che la mia introduzione). La metamorfosi, ossia la trasformazione qui avvenuta, è quella ormai ampiamente nota, anche grazie ai lavori di Daniela Bigarelli: una nuova élite di medie imprese (“medie” secondo la definizione di Mediobanca) si è venuta affermando nell’ultimo decennio; imprese dotate di un proprio marchio (brand), con lo sguardo rivolto ai nuovi mercati emergenti e sempre più impegnate nelle fasi a monte e a valle del processo produttivo (design, marketing, negozi monomarca)”.
Numerose le PMI che stanno chiudendo i battenti: c’è una ricetta per far fronte a questa crisi, dal momento che tirare le cinghia non è più sufficiente?
“Come non c’è la bacchetta magica nel campo delle politiche macroeconomiche (bilancio pubblico, moneta…), non esiste neppure per le politiche microeconomiche (imprese, forza-lavoro…). Credo tuttavia che giunti al punto in cui siamo, sia assolutamente indifferibile una grande – vorrei dire, gigantesca – riduzione del cuneo fiscale: l’unica manovra di politica economica che, al tempo stesso, riduce il costo del lavoro per l’imprenditore e aumenta il netto in busta paga per il lavoratore. I bilanci delle famiglie normali sono uno dei veri drammi del Paese. Su questi occorre intervenire sia per ragioni di equità – le disuguaglianze stanno crescendo enormemente – che per ragioni di efficienza, poiché i consumi non possono ripartire se i redditi reali diminuiscono”.
Tasse sempre più pesanti, tagli lineari, terremoto… chi pensa potrà sopravvivere tra le imprese e continuare a crescere?
“La combinazione tagli, tasse e terremoto dà la misura della gravissima crisi che stiamo attraversando. Le imprese sono organismi vitali che rispondono al mutato contesto esterno con nuovi comportamenti. Certo, c’entra Darwin e la selezione naturale della specie applicata, per così dire, a una “popolazione di imprese”. Quelle medie e grandi hanno le spalle abbastanza robuste per (provare a) farcela: negli ultimissimi anni lungo la via Emilia sono sorti nuovi Centri ricerche, ovvero laboratori pieni di tecnici e scienziati dediti a studiare e sperimentare nuovi prodotti/processi nelle scienze della vita, nella green economy, nella meccatronica, e così via”.
E cosa fare invece per le piccole e micro imprese?
“Queste, che sono la maggioranza, vanno aiutate da una seria e lungimirante politica industriale, che ha i suoi capisaldi nelle reti d’impresa e nella creazione di Istituti per la Ricerca applicata e l’Istruzione tecnica superiore. Senza un rinnovato impegno negli investimenti in conoscenza (ricerca e sviluppo, capitale umano, Ict) non si va più da nessuna parte”.
Monti ha dichiarato che l’euro è irreversibile e che restare in euro zona sia vantaggioso. Condivide? Quali le zone d’ombra?
“Condivido integralmente. Le zone d’ombra hanno a che fare col mancato bilanciamento della politica monetaria, che è nella mani della BCE a Francoforte, con una politica di bilancio europea, spostata cioè dagli angusti livelli nazionali al livello sopranazionale (Bruxelles e Strasburgo). Qualcosa si sta muovendo, ma sono passi ancora troppo timidi. Forse solo gli Eurobond – titoli del debito pubblico emessi non già dai singoli Stati ma dalla Ue in quanto tale – potrebbero dare, qui e ora, il necessario colpo d’ala”.
Come la politica – ai vari livelli di Governo – potrebbe aiutare il modello emiliano a sopravvivere?
“Occorre anzitutto una riduzione del cuneo fiscale (livello nazionale) e mettere mano a una nuova politica industriale concertata fra Bruxelles, Roma e Bologna che stimoli, nelle imprese di ogni dimensione, sia gli investimenti in conoscenza che l’espansione verso i nuovi mercati orientali, dell’America Latina e dell’Africa.
Dalle nostre parti c’è un capitale sociale – ne scrive Giacomo Degli Antoni in un capitolo del libro – davvero elevato: sono quelle reti di fiducia che portano persone di mondi diversi a cooperare fra loro in vista di un obiettivo comune. Tutti, nel Paese e ben al di là dei suoi confini, hanno ammirato la reazione degli emiliani dopo il violento terremoto del 20 e 29 maggio. E’ una reazione che affonda le sue radici in questo spirito comunitario, che viene da lontano e che oggi va coltivato, praticato e insegnato alle giovani generazioni”.
Quando pensa finirà la crisi?
“Abbiamo, per fortuna, due “super Mario”, per dirla come la grande stampa internazionale ama chiamare il presidente del consiglio Monti e il presidente della BCE Draghi. Entrambi, con tutte le cautele del caso, hanno lasciato intravedere la possibilità di un’inversione di tendenza per il 2013 (più nella seconda metà che nella prima). Possiamo anche provare a metterla così, per sdrammatizzare: Carry on  è la bella canzone dei Fun che Radio Bruno ci fa ascoltare molto spesso in questo periodo.  Prendiamolo come un viatico per l’anno che sta arrivando a grandi passi, riferendo il “Va avanti” alla nostra straordinaria comunità emiliano-romagnola”.
Jessica Bianchi

Il nuovo libro di Franco Mosconi

E’ da pochi giorni in libreria La metamorfosi del Modello emiliano. L’Emilia Romagna e i distretti industriali che cambiano. Il volume curato da Franco Mosconi e dedicato all’amico Edmondo Berselli è pubblicato dalla società editrice Il Mulino (pp. 334, 18 euro). Il testo raccoglie i risultati di un vasto progetto di ricerca che lo stesso Mosconi ha condotto negli ultimi tre anni presso il suo Ateneo. Il progetto di ricerca e il volume sono stati resi possibili grazie al contributo della Fondazione Cariparma, nonché di Confindustria Modena, Unindustra Bologna. Unindustria Forlì-Cesena, Industriali Reggio Emilia e Unione Parmense degli industriali. Sul sito www.cattedramonnet-mosconi.org sono disponibili materiali; il caso del distretto carpigiano è stato presentato nel Seminario del 6 aprile 2011 a cura degli economisti del Servizio studi di Intesa Sanpaolo.

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