Carpi si scopre più povera

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Uomo, tra i 30 e i 45 anni, diplomato, con famiglia, abituato a un lavoro in cui ricopre anche mansioni di responsabilità, sfiduciato del proprio presente e pessimista sul proprio futuro. E’ questo il profilo del ‘nuovo povero’ carpigiano o, per meglio dire, dell’inedita tipologia di persona in difficoltà residente nei quattro Comuni dell’Unione Terre d’Argine – Carpi, Novi di Modena, Soliera e Campogalliano. Lo sconfortante dato emerge dalle ricerche di Lisa Pavarotti, laureanda carpigiana in Servizio Sociale presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli studi di Bologna. La tesi di ricerca, realizzata sotto la supervisione del dottor Maurizio Bergamaschi contribuisce, dati alla mano, a mettere a fuoco uno spaccato socio-economico della nostra comunità del quale si discute da anni. La fotografia che emerge dalle ricerche di Lisa Pavarotti è tutt’altro che consolante. “Ho dovuto cercare e incrociare tantissimi dati di diversa natura – spiega la giovane laureanda – e ci sto lavorando da circa cinque mesi. Sapevo ancor prima di cominciare che si sarebbe trattato di un lavoro lungo e impegnativo, ma devo ammettere di essere rimasta molto colpita dall’aiuto fornitomi da tutti coloro ai quali mi sono rivolta”. Ma la gentilezza degli operatori non è, purtroppo, l’unico fattore ad aver sorpreso Lisa che, per raccogliere i dati, ha consultato tutti gli enti dell’Unione Terre d’Argine legati all’ambiente socio-assistenziale – a partire dai servizi sociali – nonché diverse associazioni, la Fondazione Casa del Volontariato – per la parte legata al progetto di microcredito Avere credito – vari comitati e anche singoli. “Quando ho iniziato non mi aspettavo di trovare una situazione di questo tipo. Con ciò intendo dire che una situazione di povertà e precarietà così diffuse, insomma un fenomeno di così vasta portata, era al di là della mia immaginazione”. Ma che cos’ha evidenziato l’indagine? Soprattutto che a essersi impoverita è una fascia di popolazione che non corrisponde al target che si immagina abitualmente ricorrere ai servizi sociali. Non si parla infatti di immigrati, di individui poco scolarizzati, di persone legate a una dipendenza da sostanze, di ‘disoccupati cronici’ oppure di lavoratori che, avendo superato i 50 anni, faticano a riqualificare le proprie mansioni. Se, fino al periodo precedente la crisi, erano le cosiddette ‘fasce deboli’ a rivolgersi a quegli enti preposti all’aiuto, dal 2009 si registra anche la sofferenza del ceto medio. Per capirlo è sufficiente esaminare qualche indicatore. Le domande presentate per accedere al fondo anticrisi ‘una tantum’, per esempio, sono passate dalle 359 del 2010 alle 467 del 2011, con un aumento del 30.08%; se invece si esaminano le richieste di accesso al fondo anticrisi continuato per lo stesso biennio (rispettivamente 157 e 270), l’aumento registrato è addirittura superiore al 70%. Anche le somme messe in campo per aiutare chi si trova in difficoltà dicono qualcosa di molto chiaro sul perdurare e sull’estendersi della crisi: dai 342mila ai 455mila euro circa per gli interventi una tantum e dai 242mila ai 394mila euro per quelli continuativi. “Ho rilevato costantemente come beneficiari di questo tipo di aiuti, in maggioranza uomini, anche se in realtà sono le donne a presentare le domande agli uffici dei servizi. In tutti gli interventi, la fascia della popolazione più colpita è quella compresa tra i 30 e 45 anni e, in ogni caso, c’è la presenza di una maggioranza di beneficiari italiani, piuttosto che di stranieri”. Alle difficoltà concrete si aggiungono poi quelle psicologiche: uomini abituati da sempre a contribuire in maniera sostanziale al mantenimento del nucleo familiare, trovandosi improvvisamente in una situazione imprevista e inaspettata, faticano a rivolgersi personalmente ai servizi disponibili sul territorio, perché non li conoscono e perché vivono la nuova condizione come uno smacco personale, con senso di vergogna e umiliazione. Come se non bastasse, l’uscita dal tunnel non sembra a portata di mano. “I primi dati del 2012 non fanno che confermare la situazione degli ultimi anni. Purtroppo le risposte sono inadeguate, non per mancanza di buona volontà, ma perché le risorse disponibili sono largamente insufficienti rispetto alla vastità delle situazioni di bisogno. Tutti gli operatori con i quali ho parlato, dai servizi sociali alla Caritas, mi hanno espresso chiaramente la loro difficoltà, essendo già ora con l’acqua alla gola”. Possibili soluzioni? “Non saprei – chiosa Lisa – perché, se la situazione economica generale non migliora, non diminuirà la domanda di assistenza e insieme non aumenteranno neppure le risorse disponibili”. Resta la buona volontà dei tanti che, in silenzio, cercano di prestare il proprio aiuto. A volte arrangiandosi, andando a rattoppare con la creatività e l’ingegno quei buchi che la coperta di un welfare alquanto sfilacciata non riesce più a coprire. Anche Lisa, presto, cercherà di contribuire. “Dopo la laurea, prevista a novembre, dovrò superare l’esame di stato per l’iscrizione all’Albo degli assistenti sociali. Poi voglio iniziare subito nel mondo del lavoro. Avrei la possibilità di iscrivermi a una laurea specialistica, ma il mio desiderio è quello di stare a contatto con le persone, voglio parlare con la gente, girare nelle loro case, giocare coi loro bambini, conoscere le loro storie, la loro lingua e le loro culture. Per questo ho deciso di non proseguire gli studi, per me va bene così. E’ questo quello che vorrei come lavoro. Per tutta la vita”. Crisi permettendo…
Marcello Marchesini

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