Tessile, vent’anni dopo

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“Brand e monomarca i salvagente di Carpi” titola il Sole 24 Ore di mercoledì 19 settembre. L’articolo è di Luca Orlando che è tornato sul territorio per raccontare l’economia reale del distretto a distanza di vent’anni dall’ultima inchiesta attraverso le testimonianze di artigiani e imprenditori: Francesco Cremonini (Tessilmoda), Mario Ferrari, Andrea Carnevali (Cadicagroup), Gianni Romitti (Gold Par), Maurizio Setti (Antress), Daniela Bigarelli, Paolo Bulgarelli (Bt Fashion) e Marco Marchi (Liu Jo).
Aziende e addetti dimezzati, soffrono i terzisti
I dati non lasciano spazio ai dubbi: le aziende di Carpi specializzate in maglieria e confezione si sono dimezzate così come gli addetti, mentre il fatturato è sui livelli di allora; i ‘big’ sviluppano più della metà dei ricavi (quota raddoppiata rispetto a vent’anni fa) mentre i subfornitori, “pagano dazio per la progressiva delocalizzazione produttiva delle aziende”.
Dal truciolo alla maglia
Orlando ricostruisce poi la storia più recente della nostra economia dalla lavorazione del truciolo e dei cappelli di paglia al lavoro a domicilio e in conto terzi degli Anni ‘60, dal pronto moda alla fine dell’età dell’oro negli Anni ‘90 con l’avvento della concorrenza asiatica.
Sono gli anni in cui “si assiste – scrive Orlando – a una progressiva migrazione produttiva delle aziende locali, soprattutto quelle di maggiori dimensioni: il made in Italy valeva il 74% nel 2008, dieci punti in meno nel 2010, le stime attuali lo danno attorno al 60% e ancora in discesa”. Chi sceglie il made in Italy per convenienza (“perché i ricchi russi non comprano certo il made in China”), si posiziona su una fascia alta di mercato, “oggi stimata al 70% dei ricavi, dodici punti in più rispetto al 2000”.
Brand e monomarca
Export e sviluppo commerciale sono le armi individuate dalle aziende per crescere. Il fatturato estero di Carpi vale un terzo dei ricavi, in crescita rispetto a vent’anni fa ma ancora ridotto, a confronto con altri distretti. Ma l’export resta l’unica strada, sebbene imboccata in ritardo. “Strategia costruita – si legge nell’articolo attorno a marchi propri e in licenza, investimenti in tecnologia e rete commerciale, sviluppo di negozi monomarca”.
Se il distretto resiste ancora lo deve soprattutto alla capacità di molte aziende di sviluppare direttamente propri brand arrivando a seguire la filiera fino al cliente finale: i gruppi più robusti creano intere reti di prodotti monomarca.
Soffrono i terzisti
“Per i terzisti il quadro è diventato sempre più difficile” dichiara un imprenditore, perché le aziende minori sono ovviamente in difficoltà nel proporre e imporre sul mercato un proprio brand. “I gruppi più robusti – spiega la responsabile dell’Osservatorio del Tessile – Abbigliamento del distretto di Carpi, Daniela Bigarelli – puntano sul brand e sul controllo diretto delle vendite ma il problema è per le imprese minori: il tema è come aiutarle per andare sui mercati esteri, perché il trend di delocalizzazione produttiva non pare destinato a fermarsi”.
Il cane che si morde la coda
“Colosso” del territorio: è così che viene definita sul Sole 24 Ore l’azienda carpigiana Liu Jo, il cui amministratore delegato Marco Marchi non fa mistero di affidarsi per la parte produttiva a fornitori esterni, in gran parte localizzati fuori dall’Italia. “Qui resta un 25% di produzione locale – spiega Marchi al Sole 24 Ore – il resto è prodotto altrove in Europa, in Turchia, Cina o India. L’Italia resta per noi cruciale nella maglieria… sul resto siamo costretti a rifornirci altrove, anche perchè interi pezzi di filiera qui non ci sono più”.
Naturalmente i terzisti imputano alle scelte delle ‘big’ l’impoverimento del territorio. “E’ un cane che si morde la coda – replica Marchi – certo il declino del tessile è iniziato con l’ingresso della Cina nel Wto, un intero settore è stato sacrificato dall’Europa per miopia politica”.
Il rating
Il Sole 24 Ore si spinge a individuare punti di forza e di debolezza. Un’alta capacità commerciale, una buona innovazione e una discreta dimensione d’impresa consentono al distretto di sopravvivere ma ancora si può fare molto per rimediare a una bassa internazionalizzazione, a una scarsa attrattività e a un’insufficiente occupazione del nostro territorio.
S.G.

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