“La città non sono i sassi o le pietre, siamo noi”

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Sabato mattina il centro della città è pieno. Trovare parcheggio è impresa ardua e arrivo con qualche minuto di ritardo all’appuntamento con Luca Valerio Borghi, presso la sede della scuola di recupero che ha aperto a Carpi. Ci sediamo in una stanza dove predomina il bianco e dove entra il vociare di Corso Roma. Tiro fuori dalla borsa il mio taccuino, lui si siede davanti al suo computer. Sulla scrivania fatta a forma di mezza luna ci sono dei libri: qualche classico, la Metamorfosi di Kafka e la copia cartacea di Magnitudo 5.9, l’opera in versi che ha scritto subito dopo la scossa del 29 maggio, ritirandosi altrove, sotto un ulivo. Ed è questo il motivo del nostro incontro: Luca Borghi, 33 anni, carpigiano d’adozione, una laurea in Lettere e Filosofia, scrittore, insegnante di lingua inglese e di materie umanistiche racconta di aver “sentito l’esigenza di mettere in versi quello che abbiamo vissuto”.
Magnitudo 5.9: di cosa si tratta?
“Il 29 maggio ero a sedere in questa stanza, il terremoto ha fatto aprire una crepa sul muro (indica la parete e mi mostra la cicatrice che è rimasta). D’istinto, ho preso poche cose: qualche vestito e l’Eneide di Virgilio, e sono andato via per qualche giorno. Mi sono allontanato come i profughi troiani che lasciarono la loro città. Avevo bisogno che mi dessero un passaggio sulle loro navi… In pochi giorni ho scritto i 580 versi che compongono Magnitudo 5.9: un carme, una sorta di coro lirico, come quello delle antiche tragedie”.
Cos’hai voluto
comunicare?
“Il bisogno di cercare un senso a quello che era successo che, per me, è passato attraverso il mito. La ricerca di un senso, però, non poteva essere soddisfatta con la razionalità: non è con la comprensione scientifica del fenomeno che possiamo fare i conti. Perché come noi viviamo le cose dipende da tutt’altro. Il sole che studia lo scienziato non è lo stesso sole che illumina una bella giornata quasi autunnale”.
Che senso hai trovato?
“L’unico senso che sono riuscito a trovare è quello di rivivere forse la più tragica delle cadute di una città: la città di Troia. Che dietro di sé non lascia il nulla ma un popolo di profughi che, dopo lunghe peregrinazioni, fondano una nuova città: Roma. L’idea di perdere la propria casa, la propria Patria, ricostruire altrove una vita: erano temi su cui riflettevo. E che mi hanno dato la possibilità di provare a interpretare personaggi straordinariamente belli e dolorosi del mito dei troiani. Come Andromaca, moglie di Ettore, che da principessa si trova a essere schiava. Come suo figlio Astianatte che nel mito ha un epilogo tragico, perché viene ucciso dai greci per paura che diventi il nuovo Ettore, ma che nella mia reinterpretazione viene consolato dalla madre. Come Cassandra cui era stato donato da Apollo il dono di conoscere il futuro di Troia, ma che non era creduta da nessuno e che, quindi, non poteva fare nulla per evitare il disastro che sarebbe successo. Scrivendo Magnitudo 5.9 mi è venuto spontaneo legare le nostre città così tragicamente colpite dal sisma al mito”.
E quando sei tornato, che sensazione hai provato?
“Sono andato via non perché volessi abbandonare questa città, che amo moltissimo, ma perché mi sentivo inutile e impotente. Ero in una situazione di stallo cui non sono abituato. Mi piace fare le cose, mi piace fare in modo che succedano, ma davanti a un fenomeno così difficile da comprendere e che esercitava una forza con cui era impossibile confrontarsi, sono andato altrove. Dove ho scritto Magnitudo 5.9, una specie di catarsi. E, se prima di partire pensavo a Carpi come un luogo di passaggio, adesso che sono rientrato sento che è il luogo dove voglio stare. Insomma, mi sono affezionato ancor di più a questa città”.
Come nasce il bisogno di portare in scena la tua opera?
“Mentre la scrivevo assumeva, da sola, la forma di un coro. C’è un noi dentro Magnitudo 5.9, la prima parola del testo è ‘Siamo’. Il coro delle antiche tragedie greche, un rito che studio con passione da anni, genere meraviglioso che non si è mai più ripetuto nella storia, è una città che si raduna, tutta, nel suo teatro di marmo e riflette. Fa spettacolo, o show come diremmo oggi, ma allo stesso tempo riflette filosoficamente. E lo scambio egualitario tra intellettuali e il popolo, che si mettono sullo stesso livello, è una cosa sensazionale. Le tragedie greche nascevano per essere musicate e cantate davanti alla polis, cui a quel tempo appartenevano Sofocle, Eschilo e i grandi tragici dell’epoca. In Magnitudo 5.9 c’è il noi, delle città nostre, lo stesso di chi verrà a sentirci. I proventi dello spettacolo, letto da dieci attori e musicato da Stefano Muscaritolo, oltre che quelli dell’ebook scaricabile dal mio sito (www.lucavalerioborghi.it) e della versione cartacea acquistabile in libreria, andranno a favore della ricostruzione dell’Istituto Luosi di Mirandola, gravemente danneggiato”.
Cosa pensi che ‘porteranno a casa’ i tuoi spettatori?
“Oltre la parte mitologica, c’è quella storica che fa riferimento a Temistocle (generale e politico greco vissuto nel 500 a.C. che condusse una politica a favore del popolo, ndr) il quale trascinò, per sua decisione, tutta la città sulla flotta. E quando i persiani la distrussero, vedendo la disperazione dei suoi concittadini, disse loro: ‘Voi non dovete piangere, perché voi siete la polis. La polis non sono i legni o i sassi, quelli li possiamo ricostruire. La polis siamo noi”. La città sono le persone, siamo noi. L’intervista si conclude, Luca Valerio Borghi mi accompagna alla porta e mi saluta con una richiesta: “Non scrivere che sono un poeta, mi raccomando”.
Antonella De Minico

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