“Perchè nessuno ci aiuta?”

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“Mi chiamo Rosa. E vivo al campo del Piazzale delle Piscine. Scrivilo il mio nome. Io non ho paura”. Rosa è pensionata, viveva a Fossoli, al quarto piano di un condominio in via Mar Adriatico. Il terremoto ha cambiato la sua vita e quella della sua famiglia. “La nostra casa è inagibile, speriamo di poterla mettere in sicurezza per poter recuperare qualcosa ma, probabilmente, dovrà essere abbattuta. Ci sono tornata dentro solo 10 minuti con un Vigile del Fuoco, dopo qualche giorno, per prendere alcuni cambi per me, mio marito, mia madre… Siamo nudi e crudi. Abbiamo perso tutto quanto. Un dolore inimmaginabile”. Dopo le scosse del 29 maggio Rosa insieme alla sua numerosa famiglia è stata al Motocross di via Guastalla poi, quando è arrivata la Protezione Civile Lucana, è stata trasferita nella tendopoli allestita nel piazzale delle piscine. “Io non ho rubato niente, non ho ammazzato nessuno, eppure vivo come una carcerata. I miei parenti non possono entrare se non durante gli orari di visita e mia madre, troppo anziana per restare con noi, (compirà 87 anni a luglio) è stata trasferita dagli assistenti sociali in una struttura protetta”. Anche a Rosa era stata prospettata la possibilità di andare in albergo ma lei risponde decisa: “i miei figli lavorano qui, non potevo lasciarli soli. Abbiamo preferito restare tutti uniti ma è dura stare qui”. Il cibo è un nodo scoperto al campo: “conosco persone che vivono in campi privati, autogestiti, che godono dell’aiuto di tante persone generose. Gente che arriva con camion pieni di abiti o alimenti che vengono poi suddivisi tra i vari campi. Da noi non arriva nulla: perchè non li fanno passare? L’ho chiesto alla Protezione Civile che mi ha mandato in Comune; sono andata in Comune e mi han rimpallata alla Protezione Civile. Cos’è questo scaricabarile? Perchè nessuno ci dà delle risposte? Perchè nessuno si assume delle responsabilità?”. Al campo gli italiani sono solo un’ottantina su 450 ospiti: una percentuale esigua. “Noi siamo in 16 e occupiamo due tende. Quando siamo arrivati possedevamo solo i vestiti che avevamo addosso: nessuno ci ha dato nulla. Nè un paio di mutande, nè un canottiera. Ho speso la mia pensione minima per comprare del sapone, alcuni indumenti. L’essenziale, ma i soldi son finiti e ne riparleremo il prossimo mese”. Nella cucina della Croce Rossa Italiana, “nonostante le direttive del capo Rocco Cosentino, persona speciale, sempre pronta ad aiutarci e sostenerci, evidentemente qualcosa non va”, continua Rosa. “Mangiamo sempre le stesse cose, la carne è un lusso ed è sempre e solo pollo: coscetta di pollo o wurstel di pollo, perchè la maggioranza degli sfollati è musulmana. E noi? Noi chiediamo solo uguali diritti per tutti. In un campo di sfollati, durante un’emergenza come questa, nessuno deve essere privilegiato. Se arrivi un po’ più tardi l’insalata è finita, lo stracchino o la mozzarella, pure… non si può mangiare pasta al pomodoro o in bianco a pranzo e cena. Sono tre giorni che mangiamo fagiolini. Il tema è che tutti devono poter mangiare le stesse cose: è una questione di giustizia. Se non ci sono abbastanza banane per tutti, allora non si distribuiscono le banane. Persino l’acqua è razionata: tre bottigliette da 500 ml al giorno, una al mattino, una al pomeriggio e una alla sera e se non ci sei durante la distribuzione, salti”. E a esacerbare ulteriormente gli animi, c’è il caldo. “Qui non si respira. C’è un caldo soffocante. Mortale, nonostante i condizionatori. Il tendone dove si mangia poi è un forno, ogni tanto ci buttano l’acqua sopra per abbassare le temperature ma rischi di star male ogni volta che ci entri dentro. Io non voglio l’elemosina. Io voglio tornare a casa mia, ma non posso, e allora chiedo giustizia”. Anche le condizioni igieniche dei bagni impensieriscono Rosa: “i bagni sono sempre sporchi e puzzolenti. Le donne straniere non si curano degli altri, buttano la carta sporca a terra… è uno schifo. Noi non siamo morti sotto le macerie, di certo non vorremmo morire per qualche strana malattia. Lo ripeto: le regole devono essere uguali per tutti, italiani e stranieri, ma abbiamo paura a ribellarci perchè siamo una minoranza e perchè qualche rissa tra stranieri qui c’è già stata”. Rosa è stanca. “Vivo qui da 45 anni, sono venuta a Carpi dalla provincia di Avellino, quando avevo 19 anni. Non mi sono mai lamentata, ho sempre pagato le tasse, ma ora mi sto arrendendo. Dov’è l’Emilia Romagna ricca di cui tutti parlano? Dove sono finiti gli aiuti? Perchè nessuno ci dà una mano? Cosa sta succedendo? Perchè nessuno si cura da noi?”. Domande che meriterebbero una risposta.

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