In macerie il simbolo della cittadina dopo tre secoli di vita

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Non c’era novese, tra quelli rimasti in paese, che ieri sera fosse in casa. Tutti in strada: in auto, a piedi, in bicicletta, sulle sedie davanti all’uscio. Quasi fosse una festa di paese. Purtroppo, però, da festeggiare non c’era proprio nulla. Quella che si è rivelata come la più lunga e, purtroppo, indimenticabile notte bianca dei novesi è stata anche quella in cui l’orologio della torre ha battuto il suo ultimo rintocco. La scossa di magnitudo 5.1 della scala Richter che 20 minuti dopo le nove si è scatenata a 9.2 km di profondità a pochi passi da Piazza Primo Maggio ha dato il colpo di grazia alla Torre del ‘700 già seriamente compromessa dalle scosse precedenti. Ora alla paura si aggiungono amarezza e sconforto per quello che in questi giorni non rappresentava soltanto uno dei più importanti edifici storici della zona, ma era anzi assurto a simbolo di una terra che, seppur piegata, non aveva alcuna intenzione di arrendersi. C’era chi, ieri, era tornato da fuori. Come Rita Losi, rientrata nel pomeriggio dal mare, dove ha lasciato il figlio piccolo: “Credevo che ormai fosse finita. Ero pronta a tornare al lavoro, a riprendere una vita normale”. Al momento della scossa Rita era in bicicletta, insieme alla madre, per le vie del centro di Novi: “Abbiamo sentito la terra tremare così forte che siamo quasi cadute dalle biciclette. Poi lo schianto, una nuvola di polvere che si alzava e la torre, la torre che non c’era più”. Lo spazio di qualche secondo e, insieme ai mattoni, a franare sono certezze, speranze che iniziavano appena a rinascere: “Non capisco più nulla, ho soltanto voglia di piangere. Domani tornerò via perché non ce la faccio più. Ora ho soltanto voglia di piangere”. Nelle sue parole riecheggia il sentimento di tanti, che nel Comune più a nord dell’Unione Terre d’Argine vivono lo sfinimento di una battaglia impari, con un nemico che non sembra concedere alcuna tregua. Proprio quando sembrava che le scosse stessero per diradarsi, lasciandosi alle spalle tanti brutti ricordi e un paese da ricostruire, ecco la natura ricordare che no, la guardia non si può ancora abbassare. A danno si somma danno. A crollo, crollo. I Vigili del fuoco della Compagnia di Vicenza, di stanza a Mirandola, sono prontamente accorsi sul posto per presidiare la zona rossa. Uno di loro, per tre volte operativo a L’Aquila, racconta di non aver mai assistito a un fenomeno di questo tipo: “Sì, certo, là le scosse erano forti, ma in modo diverso. Non saprei spiegarmi meglio, ma qui sembra che la terra tremi da ogni direzione, è strano”. Un altro confessa di aver avuto paura, nonostante la sua grande esperienza: “Se continua così è dura”. Ma i novesi – come tutti gli emiliani – sono popolo dalle radici profonde. Se questa scossa ha danneggiato fondamenta e strutture, non tutto il male viene per nuocere. Dalla polvere che si posa, lentamente a riemergere è una comunità più coesa che mai. Desiderosa di aiutarsi, stringersi intorno ai suoi valori fondamentali: la solidarietà, l’aiuto dei più deboli, e la voglia di ricominciare. Mattone dopo mattone.

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