L’omelia del Vescovo mons. Francesco Cavina

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Quando muore una persona cara, il buio sembra scendere sulla nostra anima e siamo straziati come da una lacerazione interiore, specialmente quando il distacco arriva in maniera drammatica, come una catastrofe inattesa.
Così ci sentiamo oggi, di fronte a don Claudio che ritorna per l’ultima volta in questa sua chiesa, da lui così tenacemente voluta, in mezzo a questo popolo che per tanti anni ha servito e questo popolo ha dimostrato tutta la sua riconoscenza prendendosi cura di lui con una premura ed un affetto quasi materno nel corso della malattia che lo ha condotto alla morte.
Don Claudio era un uomo che spesso usava parole poco carezzevoli e con un carattere non facile e a volte conflittuale. Ne era ben consapevole! Il giorno prima di morire mi diceva con sincero e profondo rammarico: “Eccellenza, io non ho mai obbedito e chiedo perdono perché ho sbagliato e perché ho fatto soffrire”.
Tuttavia, “egli ha cercato il Signore”, “ha confessato che Gesù è il Figlio di Dio”, ha creduto nella misericordia di Dio. Ha lasciato scritto nel suo testamento: “Confido solo nella misericordia di Dio che mi ama e chiedo tanto suffragio per me povero peccatore”. Ha amato la Chiesa con un amore operoso; le sue mani, come quelle di Gesù, hanno donato l’Eucarestia, hanno benedetto, hanno assolto dai peccati, hanno amministrato i sacramenti, hanno soccorso i poveri… e come quelle di Gesù sono state crocifisse da una mortale malattia che, seppure breve, lo ha purificato e impreziosito agli occhi di Dio.
Cari fratelli e sorelle, davanti alla morte di un sacerdote, rapito alla nostra famiglia diocesana, ancora nel vigore delle forze e nel pieno della sua attività pastorale, non possiamo fermarci alla sola commozione o al dolore. Il Signore ci interpella, ci provoca, ci parla e ci chiama a chiedere perdono per i nostri peccati, a percorrere fino in fondo la strada della fede e dell’obbedienza – che l’amore sorprendente di Dio ci propone – a vivere sempre più di carità, di purezza, di preghiera, a lavorare per il Signore, a fare la sua volontà anche se ci costa, a cercare le cose che sono del cielo.
Sembra che il Signore ci privi delle risorse necessarie, ma in realtà Egli ci sta facendo crescere perché noi sappiamo che il cristiano muore non soltanto perché partecipa della fragilità di Adamo, ma anche perché è chiamato a partecipare al sacrificio redentivo di Cristo: la sua morte ha dunque un significato e un valore più alto. È la consolante certezza che sgorga dalla Pasqua: “Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui”. Il Cristo risorto è capace di far sorgere cipressi dove ci sono spini, mirti dove ci sono ortiche, la vita dove c’è la morte.
Don Claudio è andato incontro al Padre, che ha sempre fiduciosamente invocato e amato, mosso e ispirato da quello Spirito che egli aveva ricevuto nel battesimo, nella cresima, nell’ordinazione sacerdotale. Ora che abita per sempre nella casa di Dio, e quindi è più vicino al Suo cuore, continua a rischiarare il nostro cammino e ci aiuterà in modo nuovo: un modo più efficace e vero.
Concludo rivolgendomi ai giovani qui presenti. Il modo più bello per esprimere gratitudine a don Claudio è quello di prendere il posto da lui lasciato libero. Siate generosi con il Signore e il Signore lo sarà con voi!

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