La Stangata!

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Il Natale quest’anno è passato decisamente in secondo piano. A tener banco è solo lei: la manovra lacrime e sangue targata Mario Monti. Ma una volta approvata, allontanerà davvero l’Italia dal rischio default? I cittadini già morsi nella carne viva dalla crisi, riusciranno a far fronte all’inasprimento fiscale che li aspetta? Una manovra questa, tacciata di iniquità e bocciata dalle parti sociali che non vogliono vengan messe le mani sulle pensioni; una manovra che, relativamente ai paventati – seppur miseri – tagli della politica, pare piacer poco pure al Parlamento, impegnato a difendere i diritti della casta… e mentre il ricorso al voto di fiducia per la sua approvazione si fa sempre più probabile, le tasche degli italiani diventano, preoccupantemente, sempre più leggere. Ma la stangata è uguale per tutti? Per tentare di districarci meglio tra le tante proposte avanzate dal nuovo esecutivo, ci siamo rivolti al dottor Massimo Baldini, professore associato di Scienza delle Finanze presso la Facoltà di Economia di Modena, nonché membro del Capp, Centro di Analisi delle Politiche Pubbliche, del Dipartimento di Economia Politica dell’Università di Modena e Reggio Emilia, al quale chiediamo:
*b*“Al di fuori dell’euro ci sono il baratro della povertà e della stagnazione, il crollo dei redditi, del potere di acquisto, il prosciugamento delle fonti del credito, l’isolamento e soprattutto l’assenza di futuro per il Paese e le giovani generazioni. Non esiste alternativa. I sacrifici di oggi ci danno la speranza di poter costruire nei prossimi mesi le basi di una fase di crescita”. Il presidente del Consiglio Monti pare non avere dubbi quando afferma che l’Italia non fallirà. E’ un’affermazione condivisibile o il nostro futuro sarà simile a quello greco?+b+
“Le affermazioni di Monti sono ampiamente condivisibili. Se uscissimo dall’euro, le nostre imprese trarrebbero inizialmente beneficio dalla svalutazione della nostra nuova valuta, ma sarebbe un effetto momentaneo perché l’inflazione comincerebbe a correre e la competitività delle esportazioni italiane crollerebbe. L’Italia diventerebbe un’area a bassi salari con un tenore di vita inferiore di almeno il 40%-50% a quello dell’Europa continentale. Non vi sarebbero buoni lavori, ma solo posti pagati poco; una prospettiva deprimente soprattutto per i giovani. Certo l’euro è stato pensato male: si sarebbe dovuto procedere da tempo a unificare non solo la politica monetaria, ma anche quella fiscale, per evitare comportamenti opportunistici e per compensare con trasferimenti a favore delle zone deboli almeno parte delle conseguenze dei diversi andamenti delle economie nazionali. Già da tempo molti economisti avevano messo in guardia sulle conseguenze di un’integrazione solo monetaria: nelle aree più fragili sarebbe aumentata la disoccupazione e i redditi si sarebbero bloccati. Chi non riesce a tenere il passo, accumula debito e falsifica i conti. Questi crescenti squilibri alla fine mettono a rischio la stessa sopravvivenza della moneta unica”.
*b*Molti dicono che è tutta colpa dell’euro. Quale scenario si profilerebbe oggi, in piena crisi internazionale, se la nostra moneta fosse ancora la lira?+b+
“Svalutazione della liretta, tassi di interesse altissimi per compensare il rischio-paese, inflazione alle stelle. In parte sarebbe la replica di quanto abbiamo già vissuto all’inizio degli Anni ’90, ma ora sarebbe peggio, perché allora venivamo da un periodo di crescita economica, mentre oggi abbiamo alle spalle almeno 15 anni di bassa crescita e siamo quindi molto più fragili (e anziani). Con un debito pubblico così alto, potremmo essere costretti al default, se non si trovassero investitori internazionali disposti a finanzare il debito. La prospettiva del default è un dramma e chi lo propone non si rende conto delle conseguenze. Alcuni citano l’Argentina come esempio di default a cui è seguito un periodo di sviluppo, ma l’Argentina ha visto il prezzo delle sue materie prime aumentare in questi ultimi anni, una fortuna che noi non avremmo e, oggi, ha comunque un’inflazione reale attorno al 20-30%”.
*b*La manovra, definita salva-Italia, è ispirata da tre pilastri: rigore, equità e crescita. Le parti sociali però parlano di manovra iniqua, soprattutto sul fronte pensionistico. Cosa ne pensa? Ridurrà lo squilibrio a danno dei giovani, come auspicato da Monti?+b+
“La riforma delle pensioni pone fine, con un grande ritardo di cui questo Governo però è incolpevole, ad alcune iniquità che non potevano più essere tollerate. E’ chiaro da tempo che l’Italia non può più permettersi di mandare in pensione i lavoratori a 58-60 anni, perché la vita media si è allungata e perché la crescita economica che permetterebbe di pagare un monte pensioni in espansione continua non c’è. Ma per anni si sono messe solo delle toppe a un sistema che è rimasto in equilibrio precario. I problemi principali erano le pensioni di anzianità e la lentezza dell’entrata a regime del sistema contributivo. Forse il nuovo sistema è addirittura troppo rigido, in quanto prevede un eccessivo “scalone” per alcuni. Se consideriamo il complesso della manovra è chiaro che siamo davanti a una svolta: questa manovra è forse la prima, dopo molti anni, che redistribuisce dagli anziani a vantaggio dei giovani. Non è un passaggio indolore, ma ciò dipende anche dal troppo tempo che si è perso in passato”.
*b*Una manovra da 30 miliardi: 17 derivanti da tasse e 13 miliardi dai tagli. Pro e contro.+b+
“In realtà il peso delle imposte è superiore, perché gli Enti Locali reagiranno ai tagli aumentando la pressione fiscale e tariffaria, se potranno. Nel poco tempo a disposizione, il Governo Monti ha fatto quel che ha potuto, per frenare la crisi di fiducia. Dopo l’emergenza sono promesse misure per lo sviluppo. La politica dei due tempi (prima il risanamento, poi la crescita) è una costante di tutti gli ultimi governi, ed è molto rischiosa perchè c’è il rischio che al secondo tempo non si arrivi mai. Forse qualcosa di più si poteva fare sulla riduzione della spesa, sfruttando proprio l’emergenza”.
*b*La manovra punta a favorire lo sviluppo delle imprese e a sostenerne la competitività. Uno dei capisaldi di questi interventi dovrebbe essere il rifinanziamento del fondo di garanzia per le piccole e medie imprese che permette un credito di oltre 20 miliardi alle PMI che altrimenti non avrebbero accesso al credito. Altra leva è la completa deducibilità dall’Irap della componente lavoro che elimina una forte penalizzazione alle imprese che assumono lavoratori. Tali provvedimenti sono sufficienti a salvare il tessuto delle PMI, vera spina dorsale del nostro Paese?+b+
“Anche la deducibilità del rendimento del capitale proprio dall’Ires è una buona idea, che riprende la dual income tax dell’ex ministro Visco. La pressione fiscale sulle imprese e sui lavoratori rimane comunque molto alta, nei confronti internazionali, anche dopo questa manovra. Quanto fatto è quindi solo un primo passo. L’Irpef, che tassa soprattutto il lavoro, addirittura aumenterà attraverso l’addizionale regionale. Manca poi il recupero del fiscal drag, che nel 2011 non è poco a causa dell’inflazione quasi al 3%”.
*b*Altro snodo è quello delle liberalizzazioni. Quali sarebbero necessarie a suo parere?+b+
“Occorre proseguire lungo la strada iniziata con la manovra: non solo farmacie, ma anche professioni, trasporto, commercio. Anche le università dovrebbero avere più margini di autonomia. La liberalizzazione più importante, però, riguarderà il mercato del lavoro. Monti è impegnato a introdurre in Italia lo schema della flex-security tipico dell’Europa del Nord: più flessibilità nell’interruzione del rapporto di lavoro, ammortizzatori sociali universali e generosi, formazione continua, contratto di lavoro unico. E’ una riforma molto impegnativa per due ragioni: è costosa, perché servono almeno 10 miliardi per creare un sistema moderno di ammortizzatori e si scontra con molte resistenze ideologiche”.
*b*I mercati paiono rispondere positivamente a questa manovra “lacrime e sangue” e lo spread tra i titoli italiani di Stato e i bund tedeschi sta scendendo. La gente però continua a impoverirsi. Quali riforme strutturali occorre adottare per favorire la crescita e la ripresa dei consumi?+b+
“Senza crescita, non c’è manovra che tenga: i conti pubblici rimarranno in difficoltà e saranno necessarie nuove manovre, che rischiano di ridurre la crescita, in una spirale che vediamo già operare in Grecia. La diagnosi sul caso italiano è chiara da molti anni: l’Italia è ferma perché ha molti problemi strutturali, tutti ben noti: pubblica amministrazione inefficiente e lenta (basti pensare ala lunghezza dei processi e allo stato di molte scuole pubbliche), la corruzione, l’evasione fiscale, lo scarso capitale umano, la presenza, accanto per fortuna a molte piccole imprese di successo, di altrettante poco adatte a reggere l’urto della globalizzazione, lo stato dell’economia meridionale, l’eccessiva intermediazione della politica e si potrebbe continuare. Se il quadro è chiaro, si stenta ad affrontarlo per due ragioni: le resistenze ideologiche, ancora molto forti nel nostro Paese e le rendite di posizione di chi vivacchia non male nella situazione attuale. La Banca d’Italia ha pubblicato negli ultimi anni molti studi che si concentrano su come affrontare i vari nodi strutturali: basterebbe partire da questi documenti, consultabili nel sito della Banca. In 15 giorni non si può fare molto, in un anno sì”.
*b*Dalla reintroduzione dell’Ici ai nuovi aumenti sulla benzina… quanto spenderanno in più le famiglie il prossimo anno? Alcuni stimano circa 1.000 euro…+b+
“Il saldo netto della manovra è di circa 20 miliardi. Dal momento che le famiglie italiane sono 25 milioni circa, ciò significa appunto quasi 1.000 euro in media per famiglia, anche se in effetti l’impatto sarà molto differenziato: pagheranno di più i nati nella prima metà degli Anni ‘50 che stavano per andare in pensione, i proprietari immobiliari e, per quanto riguarda l’Iva, la benzina e l’addizionale Irpef, i redditi medio-alti, se ragioniamo in assoluto e non in termini relativi al proprio reddito. Contribuiranno poco, invece, le famiglie che vivono in affitto e quelle con reddito basso. In termini relativi è difficile dire se la manovra sia regressiva (incide in percentuale di più sui redditi bassi) o no, servirebbero analisi più approfondite su un campione rappresentativo di famiglie ma, sicuramente, vi sono alcuni ingredienti della manovra che sono regressivi. Non tanto il blocco delle pensioni, visto che quelle basse sono salvaguardate, ma soprattutto l’aumento delle accise e dell’Iva”.

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