Una storia di inaudita violenza

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E’ sotto shock, la comunità pakistana di Carpi, per quanto accaduto la scorsa settimana al giovane appena diciottenne Shgaib Ali, che racconta di aver subito un tentativo di violenza sessuale da parte di due connazionali, uno dei quali suo collega di lavoro. Il ragazzo racconta la sua versione dei fatti, bloccato sul letto dell’abitazione che divide con la madre, il padre Arshad, i sei fratelli e la sorellina. “Lavoro a Fossoli nella tessitura Marbella. La settimana scorsa Qamar Abbas – di 24 anni e suo collega da circa un anno e mezzo – si è offerto di accompagnarmi a casa in auto dopo il lavoro, dicendo che c’era troppo freddo perché andassi in bicicletta. Ho accettato, ma quando si è trattato di svoltare per entrare a Carpi, ho visto che l’auto proseguiva per Cavezzo”. Ed è proprio a Cavezzo, in casa di Ahmed Ikhlaq, un amico di Abbas, che iniziano, stando al racconto di Ali, le avances indesiderate. “Per farmi cedere mi tiravano i capelli, mi torcevano il braccio, continuavano a dire che mi avrebbero dato una lezione”. Una situazione troppo inaspettata e incredibile per poterla accettare. “Sino all’ultimo ho pensato si trattasse di uno scherzo, perché era troppo incredibile da accettare, e continuavo a non capire, a non rendermi conto che le loro intenzioni erano serie”. Ma quel che stava avvenendo nell’appartamento, le porte chiuse per impedire al ragazzo di uscire, della burla non aveva proprio nulla. “Il braccio mi si era gonfiato, ero pallido in viso e stavo male. Continuavo a chiedere di essere condotto a casa mia, oppure di telefonare a mio padre perché potesse venire a prendermi. Ad un certo punto, siccome sentivo vampate di caldo, mi hanno detto di andare sul balcone per prendere un po’ d’aria”. Ed è sulla ringhiera del balcone del secondo piano che accade qualcosa che, se confermato dagli inquirenti, ha dell’inspiegabile. I due uomini, poco più grandi di lui, lo spingono di sotto, facendogli compiere un volo di oltre cinque metri. Ora Ali giace in un letto, le caviglie rotte insieme a gomito e polso del braccio sinistro. “Inizialmente non voleva dire com’erano andate le cose – raccontano intorno al letto gli amici Mehmood, Hussain e Ali Entesham – perché Abbas l’aveva minacciato dicendogli che, se avesse denunciato l’accaduto, avrebbe ucciso lui e fatto del male ai sui familiari”. Versione confermata da Ali stesso: “oltre a questo, sosteneva che se non avessi raccontato di essere stato investito da un’auto, mi avrebbe fatto sicuramente perdere il lavoro”. Grazie al sostegno di amici, familiari e di Zaheer Anjum – uno dei leader più stimati della comunità pakistana di Carpi – Ali ha deciso di raccontare la sua verità. “Chiediamo che le autorità inquirenti prendano la questione seriamente, che sia fatta giustizia – dichiara Zaheer – e che la punizione sia esemplare. Fatti come questo non devono più ripetersi. All’interno della comunità c’è chi sostiene che i panni sporchi si debbano lavare in famiglia, ma la maggioranza, me compreso, non è d’accordo. I pakistani di Carpi sono persone serie, rispettose di regole e leggi del Paese che li accoglie. Siamo perciò i primi a chiedere la massima trasparenza”.

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