L’ombra del mostro di Modena nel romanzo della carpigiana Giulia Fazzi

Sabato 7 marzo, alle ore 18:30, la libreria La Fenice Ubik di Carpi ospiterà la presentazione di “Le ragazze sono andate via”, l’ultimo romanzo della scrittrice carpigiana Giulia Fazzi ambientato a Modena nel 1989, una città sospesa tra inquietudini adolescenziali e l'ombra reale del mostro di Modena, il misterioso serial killer autore di una serie di omicidi di giovani donne rimasti irrisolti: “Il romanzo è dedicato alle ragazze assassinate alle quali non è stata fatta giustizia. È un modo per onorare la loro memoria”.

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Un incontro speciale con un’autrice che ha scelto di raccontare il suo territorio. Sabato 7 marzo, dalle 18:30, la scrittrice carpigiana Giulia Fazzi presenterà il suo nuovo romanzo “Le ragazze sono andate via” (Mondadori) presso la libreria La Fenice Ubik in via G. Mazzini, 15. Un’opera potente che scava nelle nebbie del 1989, tra l’eroina che consumava le vite e l’ombra del “Mostro di Modena”. Attraverso le storie di Simona, Federica e Arianna, Fazzi ci consegna un affresco crudo e necessario di una provincia sospesa tra violenze e desideri di libertà.

Giulia, come è nato il tuo amore per la scrittura e qual è stato il percorso che ti ha portata oggi a pubblicare con una realtà come Mondadori?

“Ho iniziato a scrivere alla fine delle scuole elementari. Piccoli racconti che nella mia testa di bambina erano già romanzi. Per molto tempo la scrittura è stata un’attività segreta. Poi, quando questa passione è diventata più seria, non aveva senso mantenere questa segretezza. Verso la fine degli anni Novanta ho pubblicato qualche racconto su siti e blog e ho iniziato a lavorare a un romanzo in modo più strutturato. In seguito ho lasciato il lavoro, mi sono presa un anno sabbatico e mi sono trasferita in Appennino. Quel romanzo era Ferita di guerra, pubblicato nel 2005 con Gaffi. Pur essendo uscito con un piccolo editore, mi ha portata in giro per l’Italia ed è stato pubblicato anche in Francia. In quell’occasione ho conosciuto il mio agente, che mi ha portata prima a Il Saggiatore e poi a Mondadori.”

Nel libro descrivi una Modena lontana dagli stereotipi solari. Perché hai scelto proprio il 1989 e questa versione “oscura” della provincia?

“L’anno è stato casuale ma perfetto: è la fine degli anni Ottanta, un periodo di grandi trasformazioni. Anche nei miei romanzi precedenti racconto una provincia oscura, dove ci sono maldicenze, violenza e grettezza. Non mi interessa raccontare le luci o essere edificante; sono attratta dalle ombre, dalle contraddizioni, dalle crepe. In questo lavoro racconto i costi umani della ricchezza, la violenza patriarcale e il razzismo subdolo delle piccole comunità. Qualcuno potrebbe dire che restituisco una cattiva immagine della città, ma io penso il contrario: questo romanzo è anche una dichiarazione d’amore per Modena.”

Quanto c’è di biografico o di ricerca storica nel racconto di una città segnata dall’eroina e dalla paura del “mostro”?

“Sono partita dai miei ricordi personali: la mia scuola, le compagne, tutto quello che ricordavo di Modena attraverso diari e fotografie del 1989. Mi sono accertata che i dettagli fossero storicamente corretti, poi mi sono dedicata alle tre protagoniste. Le ho messe dentro alla Modena di quel tempo, dove l’eroina era un’esperienza quotidiana che poteva toccare tutti. Forse ce lo siamo dimenticati, ma allora la tossicodipendenza giovanile era un problema grave e diffuso. Sulla vicenda del ‘mostro’ non c’è molta bibliografia: ci sono gli articoli di Pier Luigi Salinaro della Gazzetta di Modena, che fu il primo a ipotizzare il serial killer, e poco altro. Non ha mai suscitato lo scalpore di altri casi simili in Italia.”

Il romanzo si intreccia con i fatti reali delle giovani prostitute uccise in quegli anni. Come hai bilanciato il rispetto per la realtà con le necessità narrative?

“Il romanzo è dedicato a loro. È un modo per onorare la memoria di queste ragazze dimenticate alle quali non è stata fatta giustizia. Nel romanzo è Simona quella che più rimane coinvolta: legge sul giornale la notizia di una nuova vittima e questo la porta a riflettere sul suo essere femminista, facendo nascere in lei una rabbia nuova e radicale. Non ho voluto utilizzare i nomi delle vere vittime, né dare voce al mostro. Non ne ha diritto. Nell’universo etico del mio romanzo l’unica voce legittima è quella delle ragazze.”

Simona, Federica e Arianna. In quale di queste tre ragazze ti rivedi di più?

“È tutto vero, tutto finto, tutto mescolato. C’è un po’ di me in ognuna. Simona mi assomiglia per l’attività politica da giovanissima, ma è anche la più complessa da scrivere per i suoi aspetti contraddittori: il coraggio e l’ambizione, ma anche una certa codardia. Arianna, invece, vorrei prenderla e portarla via, metterla al sicuro come una sorella minore da proteggere.”

Se potessi inviare un messaggio alla Giulia adolescente del 1989, cosa le diresti?

“Le direi che è bella, semplicemente. Quando sei un’adolescente timida e complessata non ci credi. Non devi aspettare che te lo dica un ragazzo o un uomo: ti devi guardare e dirti ‘sono bella’. Al diavolo i canoni estetici, che ricordo essere stati terribili fino almeno a metà degli anni 2000. Non lo devi scoprire a cinquant’anni che a sedici eri bella. Lo devi sapere subito.”

Chiara Sorrentino

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