Strage di suolo, ogni secondo scompaiono 3,2 metri quadrati di terreno naturale

I numeri contenuti nel Rapporto 2026 Consumo di suolo, ecosistemi urbani e stato del territorio, presentato dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), restituiscono una fotografia che lascia poco spazio alle interpretazioni: nel 2025 in Italia sono andati perduti altri 102,4 chilometri quadrati di suolo naturale, equivalenti a oltre 280mila metri quadrati al giorno. In altre parole, ogni secondo scompaiono 3,2 metri quadrati di terreno naturale, contro i 2,7 dell’anno precedente. Il consumo di suolo non soltanto continua, dunque, ma accelera. E a Carpi? Nella nostra città (nel biennio 2024-2025) il consumo netto di suolo è aumentato di 2,01 ettari, a fronte di appena 0,46 ettari di superfici ripristinate.

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Abbiamo un tesoro sotto ai nostri piedi e spesso non ce ne accorgiamo nemmeno. Lo calpestiamo ogni giorno, lo ricopriamo di asfalto e cemento, lo sacrifichiamo in nome di nuove infrastrutture, piazzali, insediamenti commerciali e impianti energetici. Eppure, senza quel tesoro, la nostra stessa sopravvivenza sarebbe a rischio. Il problema è che continuiamo a comportarci come se il suolo fosse una risorsa inesauribile, una superficie vuota sulla quale costruire, anziché un ecosistema vivo, fragile e fondamentale per la vita. I numeri contenuti nel Rapporto 2026 Consumo di suolo, ecosistemi urbani e stato del territorio, presentato dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) insieme al Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente (Snpa), restituiscono una fotografia che lascia poco spazio alle interpretazioni: nel 2025 in Italia sono andati perduti altri 102,4 chilometri quadrati di suolo naturale, equivalenti a oltre 280mila metri quadrati al giorno. In altre parole, ogni secondo scompaiono 3,2 metri quadrati di terreno naturale, contro i 2,7 dell’anno precedente. Il consumo di suolo non soltanto continua, dunque, ma accelera.

Per realizzare 80 metri quadrati di nuove superfici artificiali bastano circa 25 secondi. Il tempo di leggere qualche riga, e un altro pezzo del nostro patrimonio naturale è già stato trasformato. “Sotto ai nostri piedi c’è un tesoro che ci assicura il 95% di quello che abbiamo nel piatto”, sottolinea Michele Munafò, curatore del Rapporto Ispra. “In un cucchiaino di suolo fertile ci sono più organismi viventi che persone sulla Terra”. Un sistema complesso ma fragile, “servono infatti centinaia di anni affinché la materia organica possa rinnovarsi”, avverte Munafò. Quando lo strato superficiale viene asportato o il terreno viene impermeabilizzato, recuperare le condizioni originarie diventa un processo lunghissimo. Distruggiamo in pochi secondi ciò che la natura ha impiegato secoli, se non millenni, a costruire. E lo facciamo spesso per trasformazioni che potrebbero essere ripensate, localizzate diversamente o realizzate recuperando superfici già compromesse. Nel 2025 le coperture artificiali hanno raggiunto il 7,19% del territorio nazionale, per un totale di 21.644 chilometri quadrati. Un dato superiore alla media europea, ferma al 4,4%. Dal 2006 il fenomeno ha interessato il 96% dei Comuni italiani. Non si tratta quindi di un problema confinato alle grandi città o alle aree più densamente popolate, ma di una pressione che si estende su tutto il territorio, pur concentrandosi in modo molto disomogeneo. “La pianura, le fasce costiere e i fondovalle sono le aree maggiormente interessate, con percentuali di suolo consumato che in alcuni contesti viaggiano tra il 15% e il 50%. La Lombardia, il Veneto e la Campania registrano le quote regionali più elevate di superfici artificiali, rispettivamente il 12,27%, l’11,87% e il 10,65%. Nell’ultimo anno, invece, è la Sicilia ad aver registrato il maggiore incremento, con oltre 1.600 ettari di nuovo suolo consumato, seguita dal Lazio, dalla Puglia e dalla Lombardia” ha illustrato Munafò.

Non è la demografia a chiedere altro cemento

Davanti a questi numeri, una domanda è inevitabile: quanto di questo consumo risponde a bisogni reali e quanto, invece, deriva da un modello di sviluppo che continua a occupare nuovo territorio senza interrogarsi abbastanza sull’utilità delle trasformazioni? La crescita demografica non c’entra. In Italia si contano quasi 9,6 milioni di abitazioni non occupate, pari a circa il 26,8% del patrimonio abitativo. Un dato che impone di riflettere sulla possibilità di recuperare e riutilizzare ciò che già esiste, prima di trasformare altro suolo naturale in superficie artificiale. E poi ci sono i piazzali, le aree di servizio, le superfici pavimentate e le infrastrutture. Nel 2025 piazzali e altre superfici artificiali hanno registrato un incremento di 1.230 ettari. I nuovi edifici hanno interessato complessivamente 1.160 ettari, mentre la logistica ha aggiunto 390 ettari, soprattutto nelle aree urbane e nei principali poli economici. Sono trasformazioni che rispondono a esigenze diverse, ma che dovrebbero essere valutate anche per il loro costo ambientale. Quanti spazi già impermeabilizzati potrebbero essere riutilizzati? Quanti edifici potrebbero tornare a vivere? Quante nuove superfici potrebbero essere evitate attraverso una pianificazione più attenta?

Fotovoltaico a terra: la transizione non può presentare il conto al suolo

Tra i fenomeni in maggiore espansione c’è il fotovoltaico a terra. Nel 2025 i nuovi impianti hanno occupato altri 2.798 ettari, quasi quaranta volte il valore registrato nel 2021. A questi si aggiungono 118 ettari legati agli impianti eolici, comprese le infrastrutture collegate. La crescita delle rinnovabili è una componente essenziale della decarbonizzazione. Ridurre la dipendenza dalle fonti fossili e accelerare la produzione di energia pulita è una necessità ambientale, oltre che economica. Ma proprio perché la transizione energetica è indispensabile, non può essere progettata ignorando gli altri equilibri ecologici.

Il suolo non può pagare lo scotto del nostro ritardo sulle rinnovabili. Non possiamo inseguire gli obiettivi energetici sacrificando indiscriminatamente un’altra risorsa naturale essenziale. La questione non è contrapporre ambiente ed energia pulita, né mettere in discussione il ruolo del fotovoltaico. È stabilire dove, come e a quali condizioni realizzare gli impianti, privilegiando le superfici già artificializzate e valutando attentamente l’impatto delle nuove occupazioni di terreno.

Il Rapporto evidenzia che oltre metà delle nuove superfici artificiali è legata ai cantieri, che nel 2025 si sono estesi su 5.387 ettari. Tra le trasformazioni in corso, quella degli impianti fotovoltaici a terra merita un’attenzione particolare per la rapidità della crescita. I tetti degli edifici, le coperture industriali, i parcheggi, le aree dismesse e gli spazi già impermeabilizzati rappresentano opportunità da sfruttare molto più sistematicamente. Secondo la mappatura riportata da Ispra, in Italia ci sono circa 1.116 chilometri quadrati di tetti potenzialmente utilizzabili per installare impianti fotovoltaici. Una disponibilità che invita a chiedersi quanto si possa fare prima di occupare nuovi terreni. Questo non significa che ogni superficie agricola debba essere automaticamente esclusa da qualsiasi progetto energetico, né che tutte le aree siano equivalenti. Significa, piuttosto, che la scelta di trasformare un terreno deve essere preceduta da una valutazione rigorosa delle alternative, delle caratteristiche del suolo, della funzione agricola ed ecologica dell’area e degli effetti cumulativi degli impianti. Anche l’agrivoltaico, che punta a integrare produzione energetica e attività agricola, richiede verifiche concrete: non basta il nome a garantire che la funzione agricola sia preservata. Occorre valutare caso per caso l’effettiva compatibilità tra coltivazioni, strutture, gestione del terreno e produzione di energia. La domanda, dunque, non è se vogliamo le rinnovabili bensì se siamo capaci di svilupparle senza continuare a consumare territorio oltre il necessario.

Cemento anche dove il terreno è più fragile

C’è poi un altro aspetto che rende il quadro ancora più preoccupante: il consumo di suolo non risparmia neppure le aree esposte a rischi naturali. Nel 2025 sono stati consumati altri 1.106 ettari nelle zone a pericolosità idraulica e 707 ettari nelle aree a rischio frana.

È difficile non vedere in questi dati un campanello d’allarme. Impermeabilizzare il terreno significa ridurre la capacità dell’acqua di infiltrarsi, aumentare il deflusso superficiale e aggravare, in determinate condizioni, il rischio di allagamenti. Costruire in aree fragili significa inoltre aggiungere nuove pressioni a territori che richiederebbero, al contrario, maggiore cautela. Il suolo permeabile è una delle prime difese contro gli effetti delle piogge intense. Eppure continuiamo a consumarlo anche dove la prudenza dovrebbe suggerire di fermarsi. Una pianificazione responsabile dovrebbe partire proprio da qui: riconoscere i limiti del territorio, rispettarne la vulnerabilità e smettere di considerare ogni spazio libero come una superficie disponibile.

Meno verde, più caldo nelle città

Il prezzo del consumo di suolo si misura anche nelle città, dove oltre due terzi delle nuove trasformazioni si concentrano. Nel 2025 sono scomparsi 4.231 ettari di aree verdi e 320 ettari di copertura arborea. Le conseguenze si vedono soprattutto durante l’estate. Nelle zone più impermeabilizzate le temperature del suolo possono superare di oltre 10 gradi quelle delle aree rurali circostanti, con differenze che localmente raggiungono i 12 gradi. Dove la copertura arborea è maggiore, invece, le temperature possono risultare fino a 1,6 gradi più basse. Gli alberi, le superfici permeabili e gli spazi verdi non sono dunque elementi decorativi da inserire quando avanza spazio. Sono infrastrutture ambientali indispensabili per contrastare le isole di calore, migliorare la vivibilità urbana e rendere le città più resilienti agli effetti del cambiamento climatico. Per una città più vivibile, Ispra richiama obiettivi concreti: “almeno il 30% di verde nel quartiere, uno spazio verde pubblico accessibile entro 300 metri e la possibilità di vedere almeno tre alberi dalla propria finestra” spiega Munafò.

E Carpi?

Nella nostra città (nel biennio 2024-2025) il consumo netto di suolo è aumentato di 2,01 ettari, a fronte di appena 0,46 ettari di superfici ripristinate. Il bilancio resta dunque negativo: il terreno trasformato supera quello recuperato di 1,55 ettari. Nel complesso, nel 2025 la superficie di suolo consumato nel territorio comunale ha raggiunto 2.189 ettari. Un dato che restituisce la dimensione di una trasformazione accumulata nel tempo e che rende ancora più urgente interrogarsi sulle scelte future.

Recuperare terreno, prima che sia troppo tardi

La novità del Rapporto 2026 è che, accanto alla misurazione del consumo, Ispra mette a disposizione una prima mappatura nazionale delle superfici potenzialmente recuperabili. Sono stati individuati 212.327 ettari sui quali si potrebbe intervenire con operazioni di ripristino, depavimentazione, rinaturalizzazione e rigenerazione urbana. Le aree pubbliche urbane idonee al ripristino superano complessivamente i 35mila ettari, mentre 3.281 chilometri quadrati sono indicati come superfici potenzialmente utilizzabili per la forestazione urbana. A questo si aggiunge il patrimonio edilizio inutilizzato, che potrebbe contribuire a soddisfare nuovi bisogni senza continuare a occupare terreno naturale. Non si tratta soltanto di compensare il danno già prodotto, ma di cambiare direzione. Ogni metro quadrato restituito alla permeabilità può contribuire a migliorare la gestione delle acque; ogni area dismessa recuperata può ridurre la pressione sulle superfici naturali; ogni edificio riutilizzato può rappresentare un’alternativa a una nuova costruzione. Il bilancio del 2025, del resto, mostra quanto la strada sia ancora in salita: a fronte di oltre 10.200 ettari di nuovo suolo consumato, i ripristini si sono fermati a 746 ettari. La perdita netta sfiora così i 9.500 ettari.

Il suolo non è un vuoto da riempire: è un patrimonio da custodire.

Jessica Bianchi

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