Sono nati in Italia. Ne parlano la lingua, ne condividono gli spazi e le abitudini, ma per molti giovani appartenenti alle cosiddette seconde generazioni il percorso verso una piena integrazione resta ancora irto di ostacoli. Cresciuti tra la cultura del Paese d’origine della famiglia e quella della società in cui crescono e vivono, questi ragazzi si confrontano quotidianamente con questioni legate all’identità, al riconoscimento e al senso di appartenenza. Una condizione complessa che, in alcuni casi, può tradursi in forme di disagio sociale, isolamento o conflitto. La cronaca racconta spesso episodi che vedono protagonisti giovani di origine straniera coinvolti in fenomeni di microcriminalità, violenza urbana o comportamenti devianti. Tuttavia, ridurre tali vicende a una semplice questione etnica sarebbe un errore. Dietro questi fenomeni si nascondono spesso problematiche più profonde: marginalità economica, difficoltà scolastiche, discriminazione, fragilità familiari e carenza di opportunità di inclusione.
Cosa succede quando non ci si sente mai davvero “abbastanza” per nessun luogo? E come si costruisce la propria identità quando si cresce tra culture, aspettative e sguardi che ti definiscono prima ancora che tu possa farlo da solo? Le due psicologhe e psicoterapeute del Gruppo di Lavoro povertà, marginalità e disuguaglianza istituito dall’Ordine degli Psicologi dell’Emilia-Romagna, Serena Panico e Silvia Tarallini, ci accompagnano dentro le pieghe più sottili dell’identità contemporanea: il senso di esclusione, la pressione degli stereotipi, le sfide delle seconde generazioni e la possibilità di trasformare la complessità in risorsa. Un dialogo che parte dal disagio, ma arriva molto più lontano: fino a cosa significa, davvero, sentirsi a casa.
Cosa succede quando una persona sente di non essere “abbastanza” di nessun luogo?
“Il Doll Test è un esperimento psicologico ideato negli Anni ’40 negli States e riproposto in Italia circa dieci anni fa: ai bambini afrodiscendenti è stato chiesto di scegliere quale, tra una bambola bianca e una nera, fosse la più bella e più buona. Tutti risposero che la bambola bella/buona era quella bianca benché non rappresentasse in alcun modo la bellezza o le qualità umane di nessun bambino coinvolto nell’esperimento, anzi venne evidenziato un rispecchiamento con la bambola socialmente svalutata. Questo fenomeno richiama la cosiddetta linea del colore, una barriera invisibile che può influire sull’identità, sull’autostima e sulla percezione di sé. Il senso di non essere abbastanza non dipende tanto dal luogo in cui si vive, quanto dagli stereotipi e dalle dinamiche di esclusione presenti nella società. Ancora, alcuni studi di genere individuano nell’Uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci il simbolo dell’ideale occidentale dominante: quanto più una persona si discosta da questo modello per genere, origine o cultura, tanto più può essere esposta a processi di marginalizzazione. Come gruppo di lavoro riteniamo pertanto importante promuovere una visione plurale che valorizzi le differenze e contrasti gli stereotipi. Secondo il Censis (dati 2024), infatti, le principali cause del disagio e della devianza giovanile sono la povertà economica ed educativa, le fragilità familiari e la carenza di servizi. Per le seconde generazioni si aggiunge inoltre il peso della discriminazione, soprattutto nell’accesso al lavoro e alla casa”.
Le seconde generazioni vivono forme di disagio specifiche rispetto ai coetanei?
“In Italia, secondo il Censis (dati 2024), 1 neonato su 5 ha almeno un genitore di origine straniera. L’espressione seconde generazioni comprende realtà molto diverse: persone nate in Italia da genitori migranti, figli di coppie miste, minori arrivati tramite ricongiungimento familiare e, talvolta, anche minori stranieri non accompagnati. Per tale motivo è necessario evitare generalizzazioni e riconoscere la pluralità delle esperienze. È pur vero che nell’incontro, anche clinico, con alcune persone che possono rientrare nella categoria seconda generazione emergono talvolta temi ritornanti ma ci sentiamo anche di mettere in guardia dal rischio di generalizzare, e attribuire a tutte le persone che compongono una categoria tanto poliedrica una lettura rassicurante ma semplificata. Più che di un disagio delle seconde generazioni crediamo sia utile parlare delle sfide legate alla presenza di una storia migratoria personale o familiare. Queste riguardano spesso il confronto con modelli di integrazione assimilativi, che richiedono l’abbandono delle proprie specificità culturali, e la necessità di costruire identità complesse e plurali. La nostra esperienza clinica ci porta però anche a non relegare l’identità delle cosiddette seconde generazioni a un’identità a metà o a un’emergenza sociale ma a considerare il fatto che presentano delle necessità specifiche”.
Il non sentirsi completamente accettati può influire sulla costruzione del sé?
“Tutti ricordiamo momenti in cui non ci siamo sentiti pienamente accettati. Discriminazione e marginalizzazione però, vanno oltre i singoli episodi: si manifestano attraverso microazioni quotidiane, come battute, commenti stereotipati, atteggiamenti di svalutazione o negazione dell’esperienza altrui. L’impatto di queste esperienze dipende sia dalle risorse personali sia dalle opportunità sociali disponibili. Chi subisce forme di esclusione legate al genere, all’origine culturale o alla condizione sociale può sviluppare un forte bisogno di dimostrare il proprio valore, adottando atteggiamenti di iper-performatività per contrastare gli stereotipi e ottenere riconoscimento e accettazione”.
Questo tipo di vissuto può generare ansia, rabbia o senso di isolamento?
“Esclusione ripetuta e svalutazione costante possono alimentare un senso di impotenza e ridurre la percezione di poter incidere sulla propria vita. In questi casi, l’iper-adattamento può portare a reprimere il dissenso e i propri bisogni per timore di non essere accettati, generando frustrazione e malessere. Quando marginalizzazione e impotenza si protraggono nel tempo, la rabbia può diventare dirompente e trovare espressione attraverso modalità conflittuali o aggressive, soprattutto in assenza di modelli alternativi di gestione del conflitto”.
Quanto è comune sentirsi divisi tra aspettative familiari e contesto sociale?
“Le ricerche mostrano come il sentirsi divisi tra due mondi non sia l’esperienza prevalente delle cosiddette seconde generazioni. Al contrario, l’elemento più caratteristico è spesso un’identità plurale, che integra radici familiari e contesto italiano: il 45,4% del campione si riconosce in un’identità mista, il 40% si sente solo italiano e il 14,6% si identifica soprattutto con il Paese d’origine. Essere esposti a più lingue e culture non implica necessariamente una frattura identitaria; può anzi rappresentare una risorsa. Spesso alle cosiddette seconde generazioni viene rivolta la domanda: ti senti più italiano o più ghanese/cinese/pakistano? Perché dovrebbero esprimere una preferenza? Le difficoltà emergono quando manca un ponte tra i diversi contesti di appartenenza o quando viene richiesto di scegliere tra essi, alimentando conflitti di lealtà. Possono inoltre crearsi tensioni legate alla trasmissione della lingua, della cultura e delle aspettative familiari: alcune famiglie infatti privilegiano l’integrazione mentre altre attribuiscono ai figli il compito di rappresentare pienamente entrambe le culture”.
È possibile sentirsi stranieri anche nel luogo dove si è nati?
“Oltre alla dimensione emotiva, è importante considerare anche quella oggettiva. Il senso di estraneità può essere infatti aggravato dalla difficoltà di accedere a diritti fondamentali: in Italia, ad esempio, l’assenza dello ius soli rende l’ottenimento della cittadinanza non automatico, anche per chi è nato e cresciuto nel Paese. Si tratta di un elemento normativo che può incidere profondamente sui percorsi identitari di molti giovani con background migratorio”.
Che peso può avere il sentirsi responsabili dei sacrifici dei genitori?
“Fin da piccoli alcuni ragazzi possono assumere il ruolo di mediatori linguistici e culturali per la propria famiglia, diventando il tramite con scuola, sanità e istituzioni. Questo comporta un forte carico emotivo e può spostare l’attenzione dal proprio percorso di crescita ai bisogni familiari. Situazioni simili si riscontrano anche nei percorsi migratori vissuti in prima persona, soprattutto dai minori arrivati senza adulti di riferimento. In questi casi il progetto migratorio può essere percepito come una responsabilità verso l’intera famiglia, con il rischio di mettere in secondo piano desideri e aspirazioni personali. In entrambi i casi si possono attivare processi di adultizzazione, in cui compiti e preoccupazioni tipicamente adulte anticipano le tappe evolutive. Per questo è fondamentale offrire sostegno nei momenti di transizione e fragilità, aiutando i giovani a conciliare i propri progetti di vita con le aspettative e i bisogni familiari. Per i minori stranieri non accompagnati, inoltre, le difficoltà di integrazione e regolarizzazione possono generare sentimenti di impotenza, spesso difficili da condividere con le famiglie di origine”.
Cosa succede quando i valori della famiglia e quelli esterni entrano in conflitto?
“È importante superare l’idea della cultura come monolite fisso: non esiste un’unica cultura italiana, così come non esiste una cultura immutabile. Le culture sono molteplici e si trasformano continuamente attraverso le relazioni tra individui, famiglie e contesti sociali. Anche l’esperienza migratoria modifica valori e riferimenti; per questo, interpretarla come uno scontro tra cultura d’origine e cultura di arrivo è una semplificazione che non coglie la complessità del fenomeno e rischia di aumentare il senso di isolamento. I conflitti tra valori familiari e contesto esterno possono emergere, soprattutto durante l’adolescenza, fase in cui la costruzione dell’identità richiede un processo di separazione e individuazione. Affinché tale percorso sia positivo, è fondamentale che i giovani possano contare su spazi di confronto, gruppi di pari e adulti significativi capaci di accompagnarli nell’integrazione delle diverse appartenenze. La difficoltà nasce quando tali contesti di supporto sono assenti o inadeguati”.
Il disagio vissuto dalle seconde generazioni è un fenomeno sottovalutato nel nostro Paese?
“Parlare di seconde generazioni in termini di disagio è riduttivo e fuorviante: è più corretto riferirsi alle sfide che queste esperienze comportano. Spesso, infatti, l’attenzione si concentra su casi di cronaca e su letture individuali dei comportamenti a rischio, trascurando invece la necessità di creare contesti inclusivi, con meno barriere economiche, linguistiche e sociali. Si parla ancora poco delle risorse legate al multiculturalismo e delle buone pratiche che alcuni territori sviluppano, ad esempio per contrastare la dispersione scolastica tra giovani con background migratorio. In generale, il rischio è quello di individualizzare il disagio adolescenziale, attribuendolo al singolo caso e perdendo di vista la complessità dei sistemi coinvolti. È invece fondamentale adottare una prospettiva più ampia, che consideri le diverse dimensioni sociali, educative e relazionali”.
È possibile trasformare questa identità “ibrida” in una forza?
“La domanda contiene uno stereotipo implicito: l’idea che l’ibridità sia una fragilità. In realtà tutti siamo soggetti ibridi e plurali, anche dal punto di vista biologico e relazionale. Le migrazioni e l’incontro tra culture possono diventare una risorsa di crescita per le istituzioni e per la società, come già accade nelle arti e nella musica, dove le contaminazioni generano nuove forme e significati. Per questo è importante valorizzare la pluralità culturale e creare spazi in cui le diverse appartenenze possano convivere senza costringere le persone, soprattutto giovani, a scegliere o polarizzarsi. La polarizzazione, infatti, può favorire esclusione e marginalizzazione”.
Cosa significa, alla fine, sentirsi davvero a casa?
“La psicologia mostra che sentirsi a casa significa poter percepire sicurezza e capacità di incidere sulla propria vita e sul contesto in cui si vive. Il benessere cresce anche in relazione al senso di comunità: appartenenza, partecipazione attiva e condivisione di valori. In questa prospettiva, l’incontro con l’Altro diventa un’occasione di crescita personale e collettiva, perché mette in discussione e arricchisce il modo in cui ciascuno si rapporta alla propria storia, alle radici e ai legami familiari. È proprio attraverso questa complessità che si costruisce il percorso di individuazione e si definisce l’identità”.
Jessica Bianchi
























