Grammers, la musica come atto di resilienza

In un periodo storico in cui il distanziamento sociale sembrava aver messo a tacere ogni armonia, c’è chi ha trovato nella musica una forma di resistenza collettiva. È la storia del coro Grammers, una realtà nata nel 2020 che ha saputo trasformare la difficoltà della pandemia in un'opportunità di coesione.

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A volte, proprio quando le circostanze sembrano voler soffocare le passioni, la determinazione delle persone riesce a creare qualcosa di unico. È quello che è successo nel 2020 con i Grammers, un coro che non solo ha saputo sfidare le restrizioni della pandemia, ma ha trasformato la distanza in un nuovo modo di stare insieme, come ha raccontato la direttore e fondatrice, Rossana Bonvento.

Rossana, cosa vi ha dato la forza di creare una nuova formazione proprio in quel momento così difficile? E oggi, a distanza di anni, come si presenta il gruppo?

“La spinta è stata la volontà di non disperdere quel grande valore e quella consolazione che il cantare insieme ci dona. Il nostro coro nasce da un manipolo di coristi appartenenti a una precedente formazione, sempre diretta da me, che si sciolse a causa dell’emergenza sanitaria. Tuttavia, con un piccolo gruppo abbiamo provato a resistere in ogni modo: facevamo prove nei cortili, bardati con mascherine e visiere, studiavamo le parti online e giocavamo insieme. Nei cori amatoriali, la parte umana di condivisione è imprescindibile. Questa determinazione ha forgiato un nucleo resiliente che, col tempo, si è arricchito di nuovi membri: oggi contiamo una ventina di persone, di varie età ed estrazione”.

Perché avete scelto il nome Grammers e cosa significa per voi questa appartenenza?

“È un soprannome nato nel tempo che per noi racchiude il senso di appartenenza: trae la sua radice dal nome del precedente coro, gram, diventando quindi i Grammers. Lo portiamo con orgoglio, tanto da averlo impresso sulla spilla che indossiamo durante i concerti, dove campeggia la scritta Happiness is singing in a choir”.

Avete ricordi vividi di quel periodo trascorso a provare nei cortili?

“Certamente. Abbiamo creato momenti ricreativi con giochi, quiz e persino un ‘carnevale online’, collegandoci ognuno con un costume creato in casa. Ricordo un momento particolare, quando era vietato spostarsi tra le province: due dei nostri coristi risiedevano in provincia di Reggio Emilia, mentre gli altri a Modena. Avevamo ideato una strategia per provare insieme di presenza: individuammo un incrocio dove i modenesi potevano cantare da una parte della strada e i reggiani dall’altra. Poi, per fortuna, il divieto cessò. Paradossalmente, quel periodo ci ha permesso di studiare un nuovo repertorio e di apprendere i rudimenti della notazione musicale”.

Il vostro repertorio è molto vario. Che genere di brani proponete e dove vi esibite?

“Ci esibiamo dove ci chiamano: chiese, circoli, RSA. Il nostro repertorio spazia dal sacro al profano, dal serio al faceto, passando dal medioevo ai giorni attuali: cerchiamo brani che ci permettano di ‘raccontare una storia’ con il canto e con l’espressività mimica. Si canta con tutto il corpo, ognuno con la propria capacità comunicativa. Questa è la cifra dei Grammers: la volontà di comunicare con il pubblico, senza vergognarsi di cantare, ballare o recitare in modi differenti. Un esempio recente? Un brano del movimento americano #sayhername, che avevo reperito online e riadattato, è stato utilizzato da una nostra corista per un laboratorio didattico in memoria dei 67 martiri di Fossoli: ne sono davvero orgogliosa. Tuttavia, abbiamo una grande difficoltà: non riusciamo ad avere nuovi coristi maschi. È complesso adattare un repertorio a voci miste con sezioni così poco equilibrate”.

Guardando al futuro, quali sono i prossimi obiettivi o i sogni che vorreste realizzare?

“Il mio desiderio più grande, come direttore, è che i coristi possano sempre trovarsi bene all’interno del gruppo, apprendere costantemente ed essere felici di regalare un sorriso e un’emozione attraverso il nostro canto. Quanto a ciò che nascerà in futuro, non lo so proprio: lo affido a mani più grandi”.

Chiara Sorrentino

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