In classe tutti stranieri, solo le insegnanti parlano la lingua italiana

Queste situazioni ostacolano i bambini nell’integrarsi nel Paese che li ha accolti e in cui vivono, pregiudicando il loro benessere sociale. Contestualmente, ci sono scuole che più di altre sono gravate dal peso dell’accoglienza e non si capisce perché alcune abbiano una percentuale del 60% di alunni iscritti con cittadinanza non italiana quando in altre scuole la percentuale scende al 12%

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Muhammad, Ghulam, Asif, Tahira, Shazia. Nell’elenco di quattro classi su nove ci sono solo i loro nomi, alcuni hanno la cittadinanza italiana ma la lingua la devono ancora imparare. La scuola si è sempre distinta per un’offerta didattica eccellente grazie a insegnanti con esperienza consolidata e che, davanti a classi interamente composte da stranieri, fanno alfabetizzazione per tutti.

A Carpi è realtà e riguarda alcune scuole primarie più di altre. Per sgomberare il campo da qualsiasi fraintendimento, preme ribadire che a comporre le classi non è la nazionalità. Se, come avviene in altri territori del nostro Paese, fossero stati adottati criteri come l’equa distribuzione tra maschi e femmine, il livello di competenze e soprattutto la distribuzione dei nuovi arrivati in Italia, non ci sarebbero scuole sotto pressione quasi fossero centri di accoglienza.

Non solo mancano gli alunni italiani che vengono iscritti altrove, in altri quartieri o in scuole private, ma tanti stranieri decidono di inserire i propri figli in un contesto diverso, affinché possano imparare meglio l’italiano e integrarsi in una classe multiculturale. Non solo infatti si è concentrata la presenza di stranieri in alcune scuole elementari ma, sulla base dello stradario, dei numeri che fanno della comunità pachistana la più rappresentata a Carpi e di non si sa quale oscuro criterio, si verifica una concentrazione di alunni stranieri, in particolare provenienti dal Pakistan, in alcune scuole.

I risvolti sociali della situazione che si è creata non possono essere sottovalutati. Si attivano corsi di italiano per stranieri, doposcuola, mediazione linguistico-culturale ma se le insegnanti sono le uniche a parlare italiano a scuola, la conoscenza della lingua non è percepita come indispensabile. Durante l’intervallo le bambine giocano con le coetanee della stessa etnia parlando in urdu e con il medesimo retroterra culturale: le potenzialità della scuola considerata crocevia di confronto tra diverse culture non possono esprimersi in questo contesto.

Quando le mamme si presentano per ritirare i figli indossando il niqab, il velo integrale che lascia scoperti solo gli occhi, rifiutano di abbassarlo per farsi riconoscere ma la legislazione italiana è molto chiara: le scuole hanno il dovere di garantire la sicurezza di tutti i bambini e del personale. La necessità di identificare le persone che entrano nell’istituto scolastico, come nel caso dei genitori che vanno a prendere i figli, è prioritaria. L’unione fa la forza dice un noto adagio e diventa difficile far rispettare le regole.

Queste situazioni ostacolano i bambini nell’integrarsi nel Paese che li ha accolti e in cui vivono, pregiudicando il loro benessere sociale. Contestualmente, ci sono scuole che più di altre sono gravate dal peso dell’accoglienza e non si capisce perché alcune abbiano una percentuale del 60% di alunni iscritti con cittadinanza non italiana quando in altre scuole la percentuale scende al 12%.

Non sono stati messi a terra degli strumenti che potessero aiutare in passato a governare il fenomeno, non sono bastati l’accordo di rete e le classi in deroga: oggi questo è il mondo tra i banchi.

Sara Gelli

 

 

 

 

 

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