“Andrà bene o male? Per noi donne cambia sempre molto poco”

Qual è stato l'impatto del Covid-19 sul mondo delle donne? Come il distanziamento sociale e la crisi economica hanno inciso sul tema della parità di genere? A rispondere a questi quesiti è stata la sociologa Chiara Saraceno.

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Qual è stato l’impatto della pandemia di Covid-19 sul mondo delle donne? E’ a partire da questo complesso interrogativo che si è sviluppata l’analisi della sociologa Chiara Saraceno, protagonista dell’incontro online, svoltosi lo scorso 9 marzo, promosso dalla Fondazione Casa del Volontariato in collaborazione con UDI – Unione Donne in Italia e CIF – Centro Italiano Femminile e il contributo di Aimag.

A impattare in modo significativo sulla vita delle donne è stata senza dubbio la chiusura delle scuole e la conseguente rimodulazione della gestione dei figli e degli spazi domestici: “tutti i paesi, a eccezione della Svezia, – ha spiegato Saraceno – hanno chiuso per un certo periodo le scuole ma nessuno lo ha fatto tanto a lungo come l’Italia. L’anno scorso siamo stati i primi a chiudere per non riaprire più perchè si sa, qui le vacanze estive sono sacre… Oggi in Francia, Germania e Svizzera le lezioni stanno tornando in presenza: non riaprono negozi o ristoranti ma la scuola viene considerata una priorità. Lì, evidentemente, si attribuisce una funzione differente alla scuola in presenza. Nel nostro Paese, malgrado il cambio di Governo, mi pare vi sia una sottovalutazione dell’impatto che la Dad ha sull’educazione dei nostri ragazzi. Varie ricerche internazionali testimoniano come la didattica a distanza abbia conseguenze negative sull’apprendimento, aumenti le diseguaglianze e innalzi il rischio di abbandono scolastico, fattori che si sommano poi all’evidente disagio psicologico dei giovani. La primavera scorsa, numerose mamme di bimbi frequentati il nido lamentavano il fatto che il proprio figlio fosse regredito nel linguaggio poiché privato degli stimoli necessari mentre gli adolescenti stanno diventando sempre più insofferenti”.

Avere i figli a casa tutto il giorno ha comportato una mole di lavoro straordinaria per le donne poiché, prosegue la sociologa, “sono loro ad assumersi la responsabilità di gestire la casa in termini pratici, emotivi e relazionali”.

La pandemia ha però influito pesantemente anche sul fronte occupazionale e, in particolare, su quello femminile, generando preoccupanti disparità e disuguaglianze. 

“Lo smart working – sottolinea Chiara Saraceno – rappresenta senza dubbio un’opportunità, nonostante si sia rivelato una fatica nella misura in cui si è sovrapposto allo homeschooling dei figli, ma non tutti hanno avuto la possibilità di lavorare a distanza. Pensiamo ai servizi essenziali ad esempio, a partire dalla sanità: ci sono stati medici e infermieri che non potendo contare sulla scuola hanno mandato i figli dai nonni e non li hanno visti per mesi.  E vogliamo parlare delle commesse dei negozi di alimentari? Anche loro sono state in prima linea e non hanno potuto contare sui consueti servizi educativi. Servizi che altri paesi hanno mantenuto aperti per i figli di chi svolgeva lavori essenziali: qui non ci hanno nemmeno pensato. Una dottoressa o una commessa come avrebbe potuto prendere il congedo? Per non parlare dell’opzione baby sitter: chi è disposto in piena emergenza, costi a parte, a mettersi in casa una sconosciuta?”. 

Secondo un’indagine Istat, su base annua, nel 2020, su 4 posti di lavoro persi, 3 riguardano le donne. “Non è vero che in tutte le crisi sono le donne a essere mandate a casa: nel 2008 – puntualizza la sociologa – il lavoro è stato perso prevalentemente dagli uomini poiché la crisi riguardava la manifattura, comparto che, storicamente, occupa soprattutto il genere maschile. La pandemia si è invece ripercossa in termini occupazionali sulle donne, in Italia come in tutti i paesi sviluppati, a causa dei settori in cui sono impiegate. Gli ambiti più colpiti infatti sono stati i servizi alla persona, alle imprese, il commercio al dettaglio, la ristorazione e il turismo, settori nei quali si registra una forte concentrazione di occupazione femminile e dove spesso i contratti di lavoro sono temporanei, pensiamo ad esempio agli stagionali nel turismo, e pertanto meno tutelati”.

Il 70% dell’occupazione andata in fumo, perlopiù a bassa qualifica, è femminile e questo, aggiunge Chiara Saraceno è gravissimo poiché “è avvenuta in un contesto, quello italiano, in cui era già bassa. Il nostro Paese ha un 48% di occupate rispetto all’oltre 60% della media europea, peraltro tenuta bassa proprio dall’Italia. 

Il colpo è arrivato alle donne ovunque ma qui è stato ancora più forte perché scontavamo già una situazione di sofferenza. Inoltre, molte di queste occupazioni perse sono a bassa qualifica: qui, già in condizioni di normalità, a fare la differenza è il livello di istruzione delle donne. Ora il rischio è che si allarghi ulteriormente il divario non solo tra uomini e donne ma anche tra donne più o meno istruite…”. 

La chiusura dei servizi educativi e scolastici ha inferto un colpo durissimo: “ci sono donne che non avrebbero perso il lavoro ma dopo aver usufruito di tutto il congedo parentale disponibile hanno gettato la spugna o sono state cortesemente invitate a farlo dai propri datori di lavoro”. 

Ma perché non sono stati gli uomini a decidere di restare a casa a occuparsi dell’accudimento dei figli? “Perché – prosegue Chiara Saraceno – gli uomini tendenzialmente guadagnano di più e perché resiste ancora lo stereotipo secondo cui le donne sono più adatte ai lavori di cura… ecco perchè a rinunciare alla propria occupazione sono state le madri. Una scelta suicida dal punto di vista individuale ma razionale da quello famigliare”.

Nelle famiglie in cui entrambi i coniugi hanno lavorato in smart working le cose non sono cambiate granché del punto di vista della divisione dei compiti. “Alcune ricerche fatte in questi mesi – prosegue Saraceno – concordano su un fatto: vi è stata una quota di uomini che ha aumentato la propria presenza nel lavoro famigliare dal 40 al 60%, ma le donne l’hanno aumentata molto di più. Ergo l’onere maggiore (più tempo speso in cucina, a riordinare casa, a seguire i figli nella Dad…) è comunque rimasto a carico delle donne e non è stato compensato dal contributo maschile”.

Al termine del suo intervento la professoressa Saraceno –  che ha dialogato con Simona Santini, membro del Consiglio Direttivo della Fondazione Casa del Volontariato, la presidente di UDI Sara Guglielimino e Anna Gelli, volontaria del CIF – si è poi concentrata sui modelli culturali prevalenti nel nostro Paese e purtroppo ancora “condivisi da una quota consistente di donne” e sulla necessità di “lavorare a livello culturale sugli stereotipi e i modelli proposti, a partire dal mondo della scuola.

Noi continuiamo a pensare in bianco e nero. A considerare debole un uomo accudente, mentre l’accudimento appartiene a tutti e fa parte anche della paternità A non stimolare le bambine e le ragazze affinché si appassionino alle materie scientifiche contribuendo così a generare uno svantaggio per le donne nel mercato del lavoro…”.

Inutile illudersi che dopo la pandemia tutto riprenderà. Non sarà così. “Le donne devono riorientarsi, traghettarsi verso nuove occupazioni e la politica ha il dovere di sostenerle”, ha concluso la professoressa.

Una cosa è certa, come ha ben sintetizzato, l’attrice Maria Giulia Campioli nel deliziosamente amaro siparietto che ha anticipato l’intervento della Saraceno: “che vada bene o male, per noi donne cambia sempre molto poco”.

Jessica Bianchi