Il cardellino ancora oggi condannato a una vita in gabbia

Il canto melodioso del cardellino lo ha spesso condannato, sin dall’antichità, a diventare un uccello da gabbia. Non è raro che questi uccellini vengano illegalmente catturati dai bracconieri - o utilizzati come richiami vivi per attirare altre specie selvatiche - per essere poi venduti e vivere una vita in cattività. Anche a Carpi, qualche anno fa, grazie a un’operazione condotta dai Carabinieri Forestali coadiuvati dai volontari del Pettirosso, vennero sequestrati a ridosso dell’autostrada numerosi esemplari destinati al mercato nero e a finire nelle gabbie di qualche casa del Sud Italia dove la tradizione persiste.

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E’ tra i protagonisti di una delle opere più belle del Raffaello. La tradizione narra che durante la salita al Calvario, un cardellino si sarebbe posato sulla testa del Cristo per estrarre le spine che gli cingevano il capo, sporcandosi così le piume col sangue.

Entrato nella simbologia cristiana, Raffaello ne rappresenta uno donato da San Giovanni Battista a Gesù, entrambi ancora bambini, nel suo dipinto La Madonna del cardellino, dove l’uccelletto prelude proprio alla vita futura del Cristo e al sangue che verserà sulla croce.

La Madonna del cardellino di Raffaello

“Una delle caratteristiche del cardellino – spiega Daniela Rustichelli, delegata carpigiana della Lipu – è proprio la mascherina facciale che supera l’occhio nel maschio e che spicca rispetto alle guance bianche (i piccoli nascono senza e si sviluppa solo sul finire dell’estate). Tra i piccoli uccelli europei è senza dubbio tra i più colorati poiché la sua livrea è all’insegna del tricolore: oltre al rosso e al bianco del capo, infatti, ha le ali nere e questo lo rende riconoscibile anche da lontano”.

Lungo dai 12 ai 14 centimetri, per 9 e fino a 28 grammi di peso, il cardellino in volo mostra una barra gialla alare, mentre il ventre è di un beige sfumato e “ha delle macchiette bianche regolari sul dorso e sulla punta della coda che sembrano dei veri e propri pois. E’ davvero inconfondibile”, sorride Daniela.

Il becco color avorio e dalla punta nerastra è piuttosto lungo e appuntito ed è molto robusto, adatto a estrarre i semi dai cardi – piatto di cui sono ghiotti i cardellini e da cui deriva anche il loro nome –  e a spezzare tutte le granaglie in generale.

I suoi colori accesi però non sono l’unica caratteristica che lo rendono davvero speciale: “il cardellino è un uccello canoro. Il suo canto, caratterizzato da cinguetti, trilli e tintinnii è molto gradevole e diversificato, soprattutto durante il corteggiamento, e questo lo ha spesso condannato a diventare un uccello da gabbia. Non è raro – prosegue la delegata Lipu – che questi uccellini vengano illegalmente catturati dai bracconieri – o utilizzati come richiami vivi per attirare altre specie selvatiche – per essere poi venduti e vivere una vita in cattività. Anche a Carpi, qualche anno fa, grazie a un’operazione condotta dai Carabinieri Forestali coadiuvati dai volontari del Pettirosso, vennero sequestrati nei campi a ridosso dell’autostrada numerosi esemplari destinati al mercato nero e a finire nelle gabbie di qualche casa del Sud Italia dove la tradizione persiste”.

Nelle fiere e nei mercati, il più tristemente noto è quello di Ballarò, in Sicilia, si possono trovare ancora cardellini inanellati illegalmente che vengono commercializzati dopo essere stati barbaramente strappati alla natura per bracconaggio. La detenzione di cardellini è infatti severamente regolamentata e “solo gli esperti possono comprendere se questi anellini sono stati messi a posteriori dopo la cattura”, spiega Rustichelli.

Il cardellino è un migratore svernante nel nostro territorio ma qui vivono anche dei gruppi stanziali ed è possibile scorgerli anche in inverno: “chi volesse ammirarli, e fare un po’ di birdwatching urbano, può cercarli nei viali, soprattutto dove ci sono dei platani, alberi che hanno dei semini a loro molti graditi. Via Giovanni XXIII è uno di questi. Fatta eccezione per il periodo riproduttivo, il cardellino si muove in piccoli gruppi famigliari e i vari esemplari rimangono in contatto attraverso squillanti cinguettii. Li si può vedere lungo le strade di campagne, nei prati, in particolare quelli a fieno, e nei terreni incolti ricchi di erbe perenni selvatiche”, aggiunge Daniela Rustichelli.

La sua dieta è costituita prevalentemente da semi di cardi, girasoli, tarassaco, cirsi, platani, ontani e betulle ma in estate, per nutrire i piccoli, va anche a caccia di insetti. Semi e insetti vengono predigeriti dai genitori fino a formare nel gozzo delle polpettine prima di essere dati ai piccoli affamati.

“Il cardellino è un uccello monogamo, rimane fedele al proprio compagno per tutta la vita e il suo corteggiamento è assai elegante dal momento che oltre a sfoderare le sue doti canore si esibisce davanti alla femmina ondeggiando in una vera e propria danza”. Della costruzione del nido si occupa invece la femmina: “è lei a cercare radici, erbe, steli e il piumino dei pioppi e le lanugini delle barbe di becco o dei salici per fare una sorta di materassino morbido su cui deporre le uova. I nidi purtroppo, seppur posizionati su alberi o cespugli alti, non sono mai troppo nascosti e questo li rende facili preda dei corvidi e dunque la selezione è molto forte”.

La speranza di vita di questi uccellini è di soli 3, 4 anni a causa di numerose minacce: oltre alle problematiche legate alle catture e agli abbattimenti illegali, i cardellini negli ambienti rurali soffrono a causa della diminuzione di superfici a cespugli e a bosco e all’abbattimento dei grandi alberi. Le campagne poi, oltre a essere sempre più spoglie, sono irrorate da fertilizzati e pesticidi che contaminano le loro fonti di cibo e l’acqua.

Per tutelare questa specie – così come molte altre – è necessario “mantenere boschetti, siepi e fasce alberate soprattutto nell’ambiente rurale, incrementare la diffusione dell’agricoltura biologica, non potare drasticamente siepi e alberi onde evitare di mettere a nudo i nidi offrendoli così alla mercé dei predatori. In ambito urbano invece si dovrebbero mantenere le alberature stradali, potenziare il verde pubblico e incrementare quello perirubano, operando una stratificazione senza quindi trascurare i cespugli, le siepi e le erbe spontanee di cui sono ricchi i prati stabili. Fondamentale poi sarebbe lasciar maturare le erbe, dunque, anziché sfalciare i prati continuamente, mantenere le fioriture prative primaverili almeno fino a maggio (maggese) o ancor meglio sarebbe fare un solo taglio alla fine dell’estate rispettando così i cicli della natura”.

Jessica Bianchi