Essere o fare il volontario?

Rubrica a cura di Gafa - Gruppo Assistenza Familiari Alzheimer.

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Tra le tante associazioni di volontariato ve ne sono alcune in cui occorre che il volontario sviluppi competenze specifiche che riguardano il “saper fare”, pensiamo ad esempio a tutto il settore dell’emergenza/urgenza, del trasporto sociale… dove è fondamentale conoscere procedure, tecniche, materiali: come usarli e in che sequenza. All’interno di GAFA invece le competenze del volontario si giocano più sul “saper essere” ossia sull’imparare a sviluppare una positiva relazione d’aiuto. Ma quali sono le competenze specifiche da sviluppare in questo campo? Ci sono alcune direttrici che possiamo riassumere in quattro parole chiave: gratuità, compassione, consolazione e ascolto. La gratuità è l’elemento più specifico di tutte le organizzazioni di volontariato e le distingue da altri Enti del Terzo settore: il volontario mette a disposizione tempo e competenze in modo gratuito. Esce cioè dalla logica dello scambio che impregna di sé tanti settori della vita umana per donarsi senza aspettarsi un contraccambio: questa dimensione è di per sé un grande bene per la società perchè induca anche le nuove generazioni al dono di sé e all’attenzione al prossimo. La compassione è il perché mi sento spinto a fare qualcosa gratuitamente: perchè sento la sofferenza dell’altro e desidero alleviarla, non me ne sento estraneo (quindi non pietismo ma compassione nel senso etimologico del termine: patire con), sento di voler esprimere sollecitudine, premura, compartecipazione e me ne sento responsabile. La compassione ha come primo effetto il consolare: ossia il non lasciare solo. Sentiamo bene in questo periodo di pandemia come vivere la sofferenza da soli sia straziante e rappresenti un dolore nel dolore, al contrario avere qualcuno vicino è già un grande sollievo. La consolazione si esprime innanzitutto con l’ascolto che deve essere un ascolto empatico, ossia non giudicante ma comprensivo, teso a mettersi nei panni dell’altro per capire il suo punto di vista, i suoi sentimenti e le sue emozioni. Dall’ascolto non necessariamente nascerà nel volontario LA SOLUZIONE da proporre; sarebbe oltremodo presuntuoso pensare di avere risposte risolutive a problemi complessi ma il volontario é consapevole che quel poco che fa può fare la differenza e che se non lo fa lui non lo fa nessun altro. Nel confronto amichevole nasce la possibilità di fornire informazioni sulla rete dei servizi , nell’ottica di aiutare a farsi aiutare, suggerendo un percorso nel quale il malato e la famiglia devono divenire cittadini consapevoli, conoscere quali sono i punti di riferimento affidabili per le situazioni di bisogno che si verranno a creare: il medico di medicina generale, lo specialista, i Servizi Sociali, l’ospedale, le associazioni dei familiari. In questo percorso di accompagnamento e prossimità si svilupperà una relazione di amicizia attraverso la quale anche un sorriso può infondere speranza e coraggio.