“Non ci fermeremo a questa mascherina”

Pretty Mode, la ditta carpigiana guidata da Stefano e Giovanni Forti, ha ottenuto parere favorevole dall’Istituto Superiore di Sanità alla commercializzazione di una mascherina chirurgica.

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Giovanni e Stefano Forti

E’ un imprenditore di razza Stefano Forti, capace di tracciare una visione che non resta inchiodata all’oggi. E’ evidente quando elenca le motivazioni per le quali si può affermare come alla fine sia valsa la pena di intraprendere il lungo percorso – praticamente due mesi – che ha portato Pretty Mode, la ditta tessile carpigiana che guida insieme al fratello Giovanni, a ottenere, dall’Istituto Superiore di Sanità, parere favorevole alla commercializzazione di una mascherina chirurgica che l’azienda ha testato con tanto impegno e fatica.

“Prima di tutto, grazie a questa avventura non abbiamo avuto un solo dipendente in ferie o in cassa integrazione. Abbiamo condiviso con loro la nostra visione e, pur lasciando assoluta libertà a quanti non si sentivano di continuare, e dovendo scontare, data la situazione, una tensione comprensibile nei primi giorni, quando hanno visto il nostro impegno hanno continuato senza risparmiarsi, come una vera squadra, e ora siamo più uniti che mai; in secondo luogo, abbiamo imparato tante cose in questi mesi, e tante altre ne impareremo; terzo, abbiamo capito che esiste una chance che possiamo giocarci, in un settore nuovo: non sta scritto da nessuna parte che si debba andare avanti soltanto nel settore da cui si è cominciato”. Azienda storica del Distretto, fondata dai genitori Gianni e Paola, Pretty Mode ha seguito il consueto percorso delle PMI del territorio, e prima dell’emergenza Covid-19 offriva il classico servizio completo di private label per le grandi aziende della moda, italiane ed estere, con un ufficio stile interno, un’attenta ricerca dei materiali e, naturalmente, la parte legata alla produzione, che per circa l’80% del fatturato era destinata al mercato estero. Improvvisamente, però, tutto è cambiato: “operiamo con clienti molto importanti e vogliamo continuare a farlo ma ora su tutto il settore c’è un grande punto interrogativo. Sappiamo che l’onda arriverà nei prossimi mesi e dovremo capire se potremo stare sopra oppure ci ritroveremo sotto”. L’idea di lanciarsi nella produzione di mascherine chirurgiche, tuttavia, è arrivata quasi per caso: “essendo nel Consiglio di amministrazione della Casa della Divina Provvidenza, meglio nota tra i carpigiani come Mamma Nina – spiega Stefano – ho saputo che nei vari appartamenti gestiti, dove c’è una forte presenza di bambini, c’era urgente bisogno di mascherine, dispositivi che si faticava a reperire”.

Così a Pretty Mode si sono immediatamente attivati per fabbricarle in casa: “già le prime che abbiamo realizzato sono risultate possedere, analisi alla mano, delle elevate prestazioni, in termini di filtraggio e respirabilità, e così abbiamo deciso, sapendo dell’imminente chiusura di tutto il comparto tessile, di continuare a produrle, inizialmente in regime di deroga, per poi avviare il percorso di approvazione da parte dell’ISS”. Un itinerario tortuoso, fatto di prove ed errori, analisi presso laboratori specializzati e richieste di chiarimenti. Difficoltà che tuttavia non hanno fatto demordere i due fratelli, anzi: “abbiamo dovuto imparare moltissimo e in tempi brevissimi.

Guardando la mascherina finita si può essere portati a pensare si tratti di un manufatto semplice. Niente di più lontano dalla realtà: quel che abbiamo davanti è un prodotto complesso.

A volte, scherzando, dico agli amici che, in quanto a ore di lavoro, sono abbondantemente arrivato al prossimo Natale”. Soltanto il percorso di certificazione, oltre ad aver richiesto un impegno che non ha conosciuto fine settimana o serate libere, è costato all’azienda un investimento di migliaia di euro: “a oggi siamo molto lontani dal pareggio di bilancio che ci ripaghi anche economicamente degli sforzi fatti ma, come dicevo, non si tratta dell’unico motivo per cui abbiamo intrapreso un percorso che rifarei anche col senno di poi. Penso anzi che, ora che abbiamo iniziato, non ci fermeremo a questo tipo di mascherina”. In quanto alle polemiche delle scorse settimane, sul prezzo consigliato di vendita a 50 centesimi, in ogni caso ancora non pervenute, Forti invita a rifuggire dalle semplificazioni: “posso dire che anche solo il costo di produzione industriale è abbondantemente superiore a quella cifra, e non dipende dal numero di esemplari prodotti.

Puntare l’attenzione sui 50 centesimi significa raccontare soltanto una parte della questione e io, che sono lontanissimo da visioni protezionistiche, chiedo soltanto di approfondire le cose. Proviamo a interrogarci: avere le mascherine in vendita a 50 centesimi significa comprare macchinari dalla Cina che, oltre alla materia prima cinese e tralasciando la non sempre certificata qualità della stessa, richiedono personale, assistenza e software cinesi per funzionare, e possono in ogni caso farlo con pochissima presenza di manodopera. Allora io chiedo: quanto costa alla collettività la cassa integrazione di chi, nel nostro Paese, non lavorerebbe per produrle? Quali sarebbero realmente i costi sociali di mascherine a 50 centesimi che taglierebbero completamente fuori qualsiasi filiera italiana? Dobbiamo uscire dalle logiche del populismo e comprendere i problemi con la dovuta complessità”.

Marcello Marchesini