Siamo a un bivio e abbiamo bisogno di qualche certezza in più da parte dallo Stato

L’emergenza Coronavirus sta spingendo alcune aziende del comparto tessile carpigiano che lavoravano con la Cina a ricercare le proprie materie prime qui, ma lo scenario resta a tinte fosche per l’economia del nostro territorio. “Pur mettendocela tutta, procediamo per tentativi”, ammette Nicola Tabaroni, titolare di D’Avant Garde Tricot.

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materie prime qui, in Italia, ma lo scenario resta a tinte fosche per l’economia del nostro territorio. “Nel mese di febbraio – spiega Nicola Tabaroni, titolare dell’azienda carpigiana D’Avant Garde Tricot – abbiamo ricevuto ordini da parte di imprese che, prima che esplodesse l’epidemia, si rivolgevano alla Cina per approvvigionarsi di tessuti”. Un fenomeno, questo, a cui l’imprenditore guarda però con prudenza: “il costo delle nostre produzioni e quello della manodopera sono completamente differenti e, pertanto, occorrerà capire come, e soprattutto se, tali commesse impatteranno poi in modo significativo e positivo sull’indotto italiano della tessitura”.

D’Avant Garde Tricot dal 1961 è il partner leader nella produzione di maglieria di altissima qualità per le più grandi firme della moda nazionale e internazionale. La storia di una famiglia di imprenditori che ha fatto del Made in Italy una filosofia di brand. “Chi cercava la qualità dei filati, e mi riferisco alla fascia del lusso, si rivolgeva ai produttori italiani ben prima del Coronavirus – prosegue Tabaroni – a cambiare ora sono le imprese che lavorano per un mercato di livello medio – basso”.

Su quale sarà l’entità delle ripercussioni del Covid-19 sull’economia reale, Nicola Tabaroni, non si sbilancia: “se il fermo della Cina d’inizio anno poteva in qualche modo favorire il made in Italy ora anche noi risentiamo fortemente delle conseguenze legate all’emergenza sanitaria che ha colpito il nostro Paese. Al momento tutto è in stallo: i clienti dall’estero non possono venire in Italia per visionare i campionari e continuano a cancellare ordini, mentre gli italiani, soprattutto del Sud, non ritirano i capi in attesa che i numeri dei contagi si sgonfino. Tra i blocchi aerei e gli inviti da parte di numerosi Stati a non venire in Italia, noi stiamo navigando a vista. Non sappiamo come muoverci: gli ordini sul campionato invernale, il più importante, scarseggiano e al contempo occorre iniziare a ideare quello estivo tarandolo perlopiù per il mercato italiano. In una situazione di questo tipo, gli aumenti sugli ordinativi di tessuto e maglieria filata sono una manna ma, lo ribadisco, devono essere supportati da ulteriori investimenti ed è dunque ancora presto per capirne l’impatto sul nostro bilancio”.

Una cosa però è certa, conclude l’imprenditore, “siamo a un bivio e abbiamo bisogno di qualche certezza in più da parte dallo Stato perché il calo c’è e si sente giornalmente. Noi abbiamo voglia di fare, gli investimenti sono stati costanti, ma la pressione fiscale è forte e gli istituti di credito non sostengono più nemmeno chi è radicato da decenni sul territorio. Siamo tutti legati all’andamento dei mercati internazionali, ogni giorno facciamo i conti con l’incertezza e, dal momento che nessuno di noi possiede la sfera di cristallo, siamo prudenti. Pur mettendocela tutta, procediamo per tentativi, ma è essenziale non farsi troppo male qualora si dovesse inciampare”.

Jessica Bianchi