Nuovo ospedale: i punti fermi

Il tema del nuovo ospedale surriscalda la campagna elettorale a Carpi in vista delle elezioni regionali del 26 gennaio col rischio di ridurre la discussione a sterili prese di posizione a favore o contro se non si parte da alcuni concetti fondamentali.

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Il tema del nuovo ospedale surriscalda la campagna elettorale a Carpi in vista delle elezioni regionali del 26 gennaio col rischio di ridurre la discussione a sterili prese di posizione a favore o contro se non si parte da alcuni concetti fondamentali. La scelta di realizzare un nuovo Ospedale a Carpi è ineludibile. L’opera dev’essere realizzata su un’area sicura dal punto di vista idrogeologico. L’Ospedale dev’essere facilmente raggiungibile dai vari punti del territorio di riferimento (il Distretto di Carpi e possibilmente l’Area Nord della Provincia). Allo stato attuale non paiono esserci in atto trattative con l’Ausl di Reggio per farlo diventare il punto di riferimento della Bassa reggiana. Deve essere all’avanguardia per struttura, contenuti tecnologici e risorse professionali. La sua mission è quella di intervenire su pazienti con patologie acute e che necessitano di un ricovero breve mentre sarà la medicina del territorio a farsi carico della gestione dei malati cronici.

E’ fondamentale non perdere l’occasione, nel realizzarlo, di confrontarsi con quanto previsto in tema di mobilità da Provincia e Regione (Osservazioni AMO al Prit 2025) non solo in ambito stradale ma anche ferroviario. Basti pensare al corridoio su ferro Carpi-Mirandola che, se realizzato, faciliterebbe di molto l’accesso di tutta la Bassa al nosocomio, magari con una fermata dedicata al nuovo ospedale lungo il tragitto di questa metropolitana di superficie. Il nuovo Ramazzini dovrà recuperare terreno anche sul fronte dell’attrattività nei confronti dei professionisti, a partire dai medici, che vi andranno a operare. Dovrà diventare un luogo adeguato allo sviluppo della professionalità degli operatori in modo da ampliare e trattenere localmente un patrimonio professionale fondamentale allo sviluppo dell’azienda. Pensiamo a quanti bravi professionisti, che qui hanno operato, sono andati altrove o, peggio, hanno deciso, appena si sono create le condizioni, di andare in pensione precocemente.

Quella dei medici e del personale dell’ospedale resta una questione fondamentale, soprattutto a fronte di una carenza sempre più evidente, frutto di un’errata programmazione. Già ora scarseggiano specialisti e medici di famiglia e il problema non potrà che aggravarsi nei prossimi anni. A questo va poi aggiunta la sostenibilità economica futura di tutto il sistema sanitario che, per effetto del sovrapporsi di elementi diversi, rischia di implodere. Pensiamo all’invecchiamento della popolazione, alla necessità di farmaci e indagini diagnostiche sempre più costosi, a standard dei nostri ospedali sempre più alti (fortunatamente), fino al proliferare di contenziosi con i pazienti che producono un incremento di spese assicurative e un proliferare di indagini inutili fatte a scopo difensivo spesso non giustificate dai protocolli internazionali (Medicina Difensiva).

Purtroppo in molti di noi manca la piena consapevolezza dell’enormità del lavoro svolto dal Servizio sanitario nazionale in questi anni e dell’impatto che ha avuto sulla qualità della vita di noi tutti: il patto sociale che sta alla base di questo miracolo italiano, per egoismi personali di noi tutti, rischia di saltare. Ricordiamoci che, perché il sistema funzioni, occorre che ciascuno di noi dia risorse in funzione di quanto ha e prelevi risorse per quanto gli necessiti realmente. L’idea di non contribuire al sistema per quanto è possibile facendo pagare qualcun altro è, oltre che devastante sul piano economico, anche profondamente ingiusto e finirà per rompere, prima o poi, quel patto sociale e di civiltà che stava alla base del SSN. Ai piani alti hanno intenzione di affrontare i problemi della sanità?

Sara Gelli