L’esperienza del Jamboree in West Virginia

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Sono tornati dal 24esimo Jamboree gli scout della Zona di Carpi che sono stati in West Virginia negli Stati Uniti orientali, con altri 45.000 scout di 120 nazioni differenti.

All’incontro mondiale quadriennale, che si è svolto dal 22 luglio al 2 agosto nella Bechtel Reserve, hanno partecipato Paolo Vanzini, in qualità di capo del contingente italiano, Lorenzo Esposito (Carpi 1), Viola Pellicciardi (Carpi 2), Giovanni Catellani (Carpi 3), Salvatore Mattia De Luca (Carpi 4), Luca De Martino (Carpi 5), Alice Oliviero (Carpi 6), Mariadele Manicardi (Limidi 1), Pietro Smerieri (Mirandola 1) e Martina Ayelen Vignato (Mirandola 2). Ad accompagnare gli ambasciatori di pace c’erano Sara Golinelli e Marcello Berto, capi del Mirandola 1. Ha prestato servizio al Jamboree anche il rover Nicolò Barchiesi.

“Lo scoutismo americano – racconta Paolo – è molto legato alle proposte che chiamano adventures, attività organizzate e molto strutturate praticate all’aperto con attrezzature di alto livello: gli scout italiani vivono la natura nella semplicità di un bosco mentre per quelli americani la natura si declina anche in attività sportive, dal kayak all’arrampicata. Questo aspetto dello scoutismo americano ha caratterizzato il Jamboree in West Virginia creando un ambiente molto attraente per i ragazzi invitati a cimentarsi in diverse attività. Il rischio era quello di perdere di vista il motivo per cui erano lì, ma obiettivo del lavoro di noi capi era quello di evitare l’effetto parco giochi e consentire ai giovani di vivere l’esperienza dell’incontro e del confronto sfruttando ogni momento anche mentre erano in fila in attesa del proprio turno per la big zipline per un volo d’angelo di un chilometro appesi alla carrucola”. I ragazzi hanno colto ogni occasione per raccontarsi le reciproche esperienze e andare alla scoperta delle differenti modalità di declinare lo scoutismo in un ambiente concepito per facilitare l’interazione. “Il Cultural Day è l’attività – sottolineano Giovanni e Viola – che più di ogni altra ci è piaciuta: in ogni sottocampo, ogni reparto aveva organizzato uno stand per consentire di fare esperienza del proprio Paese: provare i giochi tipici dell’Irlanda, fare colazione con i coreani, mangiare qualcosa coi peruviani e giocare con gli americani. Le cerimonie sono state molto coinvolgenti, in grado di unire tutto il mondo indistintamente nonostante le diverse declinazioni dello scoutismo. Ogni volta che incrociavi una persona ti salutava sempre e conversavi anche per poco tempo e il clima era di unione e fraternità indipendentemente dalla lingua e dalle tradizioni”.

Al Jamboree si incontrano migliaia di coetanei disponibili a raccontarsi sulla base dei valori comuni e di idee che condividono: la promessa e la legge scout sono uguali per tutti anche per gli scout giapponesi che non si cimentano nelle costruzioni e usano la valigia al posto dello zaino.

“E’ un modo vero di vedere il resto del mondo al di là degli stereotipi. Il senso del Jamboree in fondo è sempre stato questo fin dal 1920 quando il fondatore degli scout Baden Powell volle la prima edizione per gettare le basi della pace nel bel mezzo dei conflitti mondiali. Ci sono tanti raduni nel mondo ma solo il Jamboree ha questo spirito, richiamando così tante persone da tanti Paesi diversi per condividere valori e costruire insieme il futuro: ai ragazzi è affidata una grande opportunità di sviluppo della società attraverso le relazioni umane per migliorare il mondo dove vivranno” conclude Paolo.

Ora questi ragazzi hanno la responsabilità, in qualità di ambasciatori, di importare la bellezza, le emozioni, le scoperte, le competenze acquisite al Jamboree e condividerle col proprio gruppo e con la propria comunità, affinché tutti possano godere della loro esperienza. E si lavora già al prossimo Jamboree nel 2023 in Corea del Sud.

Sara Gelli