Mia madre è ancora lì

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Margherita ha quasi 89 anni. E’ una donna mite. Ogni tanto sorride ancora, allunga una mano per cercare quella della figlia. Alle volte, quando è una buona giornata, le manda persino un bacio. “Sono i momenti buoni, quelli che mi riempiono il cuore e mi danno un poco di sollievo”, racconta la figlia Anna (il nome è di fantasia). Margherita è malata. Da diciassette anni convive con una demenza che le ha rubato quasi ogni cosa. I ricordi, la parola, la lucidità. “Da 17 anni mi prendo cura di mia madre. Tutta la mia vita ruota ormai intorno a lei, ai suoi bisogni, alle sue necessità. Non posso mai lasciarla sola e, d’altronde, non ce la farei. Da quando le hanno diagnosticato il problema l’ho vista scomparire lentamente. Pian piano ha iniziato a dimenticare. Non hai idea di quanto sia logorante e terribile assistere, impotente, alla decadenza di chi ami”.   Quella di Anna  è una storia che fa male al cuore. Una vita, la sua, costellata di dolori e perdite inimmaginabili. Orfana di padre,  Anna ha perduto una sorella di appena vent’anni e qualche tempo fa anche uno dei suoi due figli: “la morte è sempre stata lì. Vicina alla mia famiglia. Io, che oggi ho 67 anni, convivo da anni con una grave forma d’asma e ho dovuto lottare contro due tumori al seno ma, nonostante tutto, non mi arrendo. Ogni giorno mi sveglio presto e mi concedo una boccata d’aria. Una passeggiata e una colazione al bar. Insomma un momento tutto mio, una coccola, prima che la mia giornata da care giver abbia inizio”. Ancora una volta. Un fardello pesante da portare ma, “fortunatamente – sorride Anna – non sono sola. Il mio compagno è un alleato prezioso. E’ lui che ogni mattina aiuta mia madre ad alzarsi, a vestirsi… in attesa che io rientri. Orfano di madre, è molto legato alla mia, non saprei davvero cosa fare senza il suo sostegno”. Anna ricorda ancora quando tutto è cominciato: “mia madre, rimasta vedova giovanissima, si era rifatta una vita a San Felice. Poi ha iniziato a chiamarmi spessissimo, ogni giorno, accusandomi di non andare mai a trovarla, di non farmi sentire. Aveva iniziato a dimenticare le mie visite. Le mie chiamate. Quello fu l’inizio della fine. Quando l’uomo col quale viveva l’ha lasciata dicendo di non voler stare accanto a una donna malata, me ne sono fatta carico io. E’ mia madre, cos’altro avrei potuto fare? Ora sono frequenti i momenti in cui non riconosce nemmeno il mio viso. E’ dura. Durissima. Ma è la scelta giusta”. All’inizio per avere qualche ora di sollievo, Anna aveva inserito Margherita in un centro diurno ma, purtroppo, “a causa delle sue numerose patologie e della sua bronchite cronica, si ammalava continuamente e allora ho deciso di non portacela più e di farcela da sola. Sono 17 anni che non faccio una vacanza, per due anni grazie al progetto Turismo di sollievo sono andata con mia mamma al mare ma ora, dopo la morte di mio figlio, non me la sento. Non più. Quando devo fare qualche commissione o, semplicemente, ho bisogno di prendermi un’ora tutta mia chiamo un’amica per farmi dare una mano”. Il Gruppo Assistenza Familiari Alzheimer (Gafa) rappresenta una boccata d’ossigeno: “se non ci fossero loro, mi sentirei persa. Mi sono sempre rimasti vicini, sin dal primo momento. I volontari sono persone splendide che non smetterò mai di ringraziare per il supporto che mi danno. Senza di loro mi sentirei abbandonata a me stessa, anche perché diciamolo chiaramente, questo Paese potrebbe fare molto di più per i care giver”, conclude Anna. Ogni giorno è diverso ma qualcosa di buono ancora c’è e sono quei piccoli spiragli di luce a dare ad Anna la forza di andare avanti: “ogni tanto mia madre è serena e viene a darmi un bacio. Quei piccoli momenti li stringo a me. Sono preziosi, mi ricordano che lei è ancora lì”.

Jessica Bianchi 

 

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