La Cittadella della Carità accoglie un solo papà

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Ha aperto le sue porte il 26 giugno scorso la Cittadella della Carità in via Orazio Vecchi a Carpi: vi trovano sede al pianterreno gli uffici della Caritas Diocesana e dell’Associazione Camilla Pio, mentre il piano superiore ospita una struttura di prima accoglienza per padri separati in difficoltà. In questo progetto gli operatori della Caritas Diocesana sono impegnati in prima linea, potendo contare sulla collaborazione dell’Associazione Camilla Pio, attraverso i professionisti che vi prestano servizio e sull’esperienza maturata da questa realtà nel sostegno a genitori e famiglie. A distanza di quattro mesi dall’inaugurazione, è Giorgio Lancellotti, direttore della Caritas diocesana, a fare il punto sul servizio di ospitalità.  
La Cittadella della carità è una struttura nata per venire incontro alle fragilità. Fra queste ci sono le difficoltà incontrate dai padri separati. Quali spazi sono loro dedicati?
“Gli spazi sono collocati al primo piano del nuovo edificio in via Orazio Vecchi dove si trova un appartamento composto da quattro camere per otto posti letto complessivi: in due di queste stanze c’è un letto a castello per accogliere i figli nei momenti in cui sono affidati ai padri. Al piano terra trovano posto gli uffici della Caritas diocesana e l’associazione Camilla Pio che dà sostegno psicologico alle famiglie in difficoltà e quindi anche ai padri separati. La presiede don Carlo Bellini”.
Che tipo di progetto è stato pensato per le persone che sono accolte e con quali obiettivi?
“Il progetto è stato pensato per accompagnare i padri in difficoltà che affrontano la separazione e la lontananza dai figli ed è condotto in sinergia con l’associazione Camilla Pio affiliata alla Confederazione italiana dei Consultori familiari di ispirazione cristiana per rispondere non solo a una necessità concreta legata alla difficoltà abitativa ma anche per un supporto educativo e psicologico per recuperare la genitorialità. Riteniamo questi interventi importanti per sostenere il ruolo di genitori e di padri verso i figli nonostante la separazione. L’obiettivo è che riprendano progressivamente la loro autonomia”.
Come si è arrivati a questo tipo di scelta? Si tratta di un’esigenza particolarmente sentita dal territorio?
“Si percepiva da tempo questa esigenza e lo dimostra il fatto che, dalla data dell’inaugurazione della Cittadella della Carità, abbiamo avuto diverse richieste per le quali si è attivato un colloquio conoscitivo.
La scelta è stata fatta prima di tutto dal vescovo per offrire questo tipo di risposta: quando furono inaugurate nel dicembre 2015 a Carpi le due case diocesane di ospitalità, in via De Sanctis per donne sole o mamme con bambini e in via Curta Santa Chiara per nuclei familiari, monsignor Cavina espresse l’auspicio che quella iniziativa fosse la prima di tante altre e con la Cittadella della Carità quel desiderio ha trovato la sua realizzazione”.
Chi individua i soggetti che possono avvalersi di tale aiuto? Come vengono selezionati?
“I contatti si attivano grazie alla rete costruita in questi anni sul territorio attraverso le Caritas parrocchiali e il Centro di ascolto di Porta Aperta. A volte le persone si presentano spontaneamente dopo aver ricevuto informazioni tramite la stampa o la segnalazione di amici o conoscenti. I padri da ospitare vengono selezionati attraverso un colloquio che viene condotto da un’equipe formata dal direttore della Caritas diocesana, dal presidente dell’associazione Camilla Pio e dal referente del progetto Social Housing della Caritas diocesana, Stefano Battaglia”.
Quanti padri in difficoltà sono stati ospitati finora?
“Noi attualmente abbiamo una persona e stiamo valutando le richieste pervenute”.
Dopo il colloquio iniziale sono previsti infatti altri incontri il cui numero può variare in base alle valutazioni che l’equipe ritiene opportuno fare prima di poter accogliere un padre separato all’interno della Cittadella della Carità. A volte, però, ci sono casi in cui l’emergenza abitativa richiede una soluzione in tempi strettissimi e oltre alla diagnosi del problema, spesso già evidente nelle persone che richiedono aiuto, occorre offrire un’alternativa concreta alle notti trascorse in auto.
Sara Gelli

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