Federica Angeli e la mafia senza nome

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Una tanica di benzina davanti alla porta di casa? Mille punti. Roberto Spada e il cugino fissi sotto casa a guardare verso il balcone con facce torve? Due spasimanti innamorati pazzi di mamma. Queste sono soltanto alcune delle sfide nella gara che, sulla scia de La vita è bella, Federica Angeli e il marito hanno avuto la prontezza di inventare per giustificare ai tre figli piccoli il cambio di vita conseguente alle inchieste della madre, giornalista di Repubblica che per anni ha indagato, pressoché da sola, sulla presenza di una mafia autoctona a Ostia, venendo addirittura tacciata come visionaria da colleghi e istituzioni.
“Una mafia tanto più difficile da identificare e accettare perché non ha un nome – ha spiegato la giornalista, dialogando con Pierluigi Senatore, ospite a Carpi giovedì scorso nell’ambito della rassegna Ne vale la pena, di cui ha ricevuto anche la targa onoraria, conferita ogni anno a personalità di spicco distintesi su temi legati all’impegno per la collettività – e che mi ha fatto sentire sola e impaurita per tanto tempo, quando a Ostia, dove abito, ero l’unica che si accorgeva, o voleva accorgersi, che ciò che accadeva non era il frutto di semplici scontri tra bande di criminali comuni”. E allora cominciano le intimidazioni, gli appostamenti, gli sguardi minacciosi, tanto che a Federica viene assegnata la scorta. Ma come si giustificano un’auto delle Forze dell’Ordine che segue ogni tuo spostamento, degli orari e delle regole precise da rispettare, a tre bambini piccoli che già sentono la pressione crescere loro intorno? “La mamma ha scritto un articolo così bello che in premio le hanno dato una macchina coi vetri che non si rompono e l’autista”. Tanto che il figlio più sbarazzino domanda: “bellissimo, ma quanti articoli devi scrivere perché ci regalino una villa?”. Quella, a oggi, non è ancora arrivata, ma la presa di coscienza delle istituzioni, le indagini, gli arresti, anche il lento ma progressivo rialzare la testa dei cittadini onesti, abituati da 40 anni di controllo criminale del territorio a voltarla dall’altra parte, queste cose sono arrivate eccome. E Federica ne è così felice che non ha la minima esitazione: “la mia vita è cambiata completamente, in modi che prima non avrei mai immaginato, ma vedendo che, con ostinazione e pazienza, la reazione c’è stata, posso dire che sì, sicuramente lo rifarei”. Un’esistenza, la sua, che è mutata davvero parecchio, dalle piccole cose come poter abbassare il finestrino dell’auto per fumare una sigaretta, alle grandi, come decidere dove andare e quando: un cambiamento iniziato progressivamente da quando ha cominciato, nel 2007, a fare le domande giuste. Quelle scomode, quelle che nessuno aveva il coraggio di porre, né a se stesso né, tantomeno, agli altri. Domande e inchieste che sono andate progressivamente a ficcare il naso nella rete malavitosa di questo municipio romano di 300mila abitanti, controllato da tre clan criminali (una situazione unica in Italia): i Fasciani, i Triassi e gli Spada, quelli della testata al giornalista per intendersi, imparentati con i più noti Casamonica. Una rete criminale di silenzi e connivenze che coinvolgeva tutti: imprenditori, istituzioni, partiti. Come CasaPound, il movimento neofascista che un membro molto noto della famiglia Spada ha addirittura invitato a votare alle ultime elezioni, e che a Ostia è arrivato al 9%, contro un misero 0,9% a livello nazionale. Domande e inchieste che le hanno tirato addosso la macchina del fango o l’accusa di leggere troppi romanzi criminali, come le fu detto dall’allora Procuratore. “Per fortuna, però, accanto a me avevo anche persone splendide, come il capitano Alessandro Iacovelli, che avete la fortuna di avere qui a Carpi, dopo che ha indagato sui Casamonica a Roma”. Resistere a tutto questo, soprattutto negli anni di solitudine, non è stato facile. Tuttavia è successo: “ero animata dalla certezza che, alla fine, avremmo vinto noi, ed è questa convinzione profonda che mi ha aiutato ad andare avanti, a non scappare da Ostia, a continuare a presidiare la comunità in cui vivo, senza arrendermi. E io sono una persona normale, quindi, se ci sono riuscita io, il compito spetta, nel proprio campo, a ciascuno di noi. Noi giornalisti siamo sentinelle per conto dei cittadini, perché le indagini sono molto lunghe e arrivano spesso a cose fatte, ma non possiamo essere lasciati soli. La faccia, insieme a noi, ce la deve mettere ogni cittadino onesto”.  
Marcello Marchesini

 

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