Il verde secondo me: la parola all’assessore Tosi

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Tra gli assessori più discussi di questa Giunta, Simone Tosi, spesso definito il nemico numero uno degli alberi, rispedisce le accuse al mittente. “Sfatiamo un mito: abbattere una pianta, dal taglio allo smaltimento, costa circa mille euro. Non effettuiamo tagli per il gusto di farlo o per risparmiare sulla manutenzione, al contrario, procediamo solo quando gli alberi sono malati e rappresentano un pericolo per la cittadinanza”.

Il problema non è quanto tagliate bensì cosa ripiantate e dove. Un pioppo o un bagolaro non possono essere sostituiti con un pero da fiore. Perché prediligete sempre alberelli e arbusti?

“Piantumiamo alberi che hanno dimostrato di resistere ai cambiamenti climatici. Peri e meli da fiore, carpini… sono piante che possono raggiungere i 15 metri una volta cresciute. Gli esemplari che mettiamo a dimora hanno uno o due anni di vita perché l’esperienza ha dimostrato che l’albero in questa fase ha ottime probabilità di adattarsi, radicarsi e crescere: alberi più vecchi e quindi più grandi hanno dato risultati non soddisfacenti, con deperimento dell’esemplare o tardo attecchimento. A San Marino, in Polisportiva, i pioppi abbattuti sono stati sostituiti con querce e carpini: alcune pianticelle si sono seccate ma il vivaista provvederà, in autunno inoltrato, a sostituirle a costo zero. Il nostro sforzo è quello di piantare alberi in aree dove non creano problemi per evitare gli errori del passato. Un tempo le piante venivano messe a dimora nei viali o nei parchi con leggerezza poiché non c’era una sensibilità ambientale come quella di oggi: nel momento in cui un albero creava difficoltà veniva abbattuto senza che nessuno battesse ciglio, ora le cose, sono decisamente mutate. Pertanto collochiamo le alberature (come quelle dedicate ai nuovi nati) in luoghi che possano garantirne un rapido attecchimento e una futura crescita senza che questo interferisca con l’ambiente circostante”.

Dopo l’abbattimento dei pioppi di viale Manzoni, le nuove piante costrette dentro ai vasconi non appaiono particolarmente floride…

“Va ricordato che parliamo di una via fortemente antropizzata, con la presenza di molti sottoservizi e parcheggi. L’aver portato gli asfalti vicini ai colletti degli alberi ha aumentato lo spazio dei parcheggi e della strada, ma aveva creato danni irreparabili alle radici e ai pioppi. Inoltre, alla base dei tronchi, erano presenti molte ferite dovute a urti riconducibili con molta probabilità a parcheggi e manovre errati delle auto. Ferite dalle quali sono poi partite infezioni e attacchi di agenti patogeni, che hanno indebolito le piante. Per salvaguardare i nuovi peri da fiore piantati sul lato sud del viale, abbiamo dunque adottato i vasconi: spazi dedicati e protetti in cemento armato che separano in modo netto e indiscutibile la sede della pianta dal resto. Impossibile sbatterci contro o segare l’apparato radicale come accadeva in passato. La piantumazione di viale Manzoni sarà poi conclusa una volta che sul lato nord sarà realizzata, prima o poi, la pista ciclabile”.

La Consulta Ambiente in quanto organo consultivo ha poco potere sulle vostre decisioni. Non si potrebbe immaginare un impegno maggiore per rendere le associazioni maggiormente protagoniste?

“La Consulta fa il suo mestiere, basti osservare quanto la cultura ambientale sia cresciuta in città”.

Le associazioni ambientaliste, a partire dai Saltafossi, si sono dichiarate disposte a contribuire alla manutenzioni delle aree verdi: l’Amministrazione è aperta a tale possibilità?

“Noi abbiamo 53 parchi attrezzati con giochi che vengano regolarmente vandalizzati o imbrattati. Cittadini e associazioni potrebbero essere coinvolti per cercare di far fronte a questo malcostume. L’Amministrazione fornirebbe tutto il materiale necessario, dai solventi ai colori, mentre i singoli si farebbero carico di pulitura e tinteggio. Un coinvolgimento diretto che già esiste per quanto riguarda la sfalciatura di prati, spartitraffico e rotonde: da Migliarina a San Marino, da Budrione al parco di Cibeno Pile, all’area verde a ridosso di via Cimitero Israelitico… sono numerose le zone adottate dai cittadini. Volontari da noi autorizzati e assicurati a cui rimborsiamo le spese vive. Le risorse risparmiate, relative al mancato pagamento di personale, vengono poi reinvestite nel verde”.

Il caso dell’abbattimento dei due boschetti tra la Tangenziale e via Nuova Ponente e la conseguente e tardiva mobilitazione della Lipu, aldilà del risultato, ha messo in evidenza come la comunicazione tra sedi istituzionali ed esterno non funzioni, creando un gap intollerabile.

“Dobbiamo trovare un modo per creare dei nuovi meccanismi di partecipazione. Oggi il Consiglio autorizza il Piano di un privato, questo viene pubblicato, si raccolgono eventuali osservazioni, poi riapproda in sede di Civico Consesso per le contro deduzioni… un metodo superato, obsoleto, che non va oltre le sedi istituzionali. Nel nuovo Pug – Piano urbano generale occorre creare strumenti di promozione, informazione e ascolto maggiori per dare così alle associazioni maggior voce in capitolo e per informarle tempestivamente”.

L’Amministrazione può incentivare gli agricoltori a piantumare i terreni oggi non coltivati, magari attraverso sgravi fiscali, per arginare così la progressiva desertificazione delle nostre campagne?

“Insieme all’assessore al Bilancio, Cesare Galantini, stiamo studiando in queste settimane possibili forme di incentivo, anche economico, per favorire la nascita di aree boscate in campagna messe a dimora da privati. Allo stesso tempo, stiamo lavorando su come riconvertire i vecchi stalloni, ora vuoti, e poterli trasformare in terreno agricolo”.

Spesso avete parlato di cemento zero ma ciò

che il vecchio piano regolatore aveva definito edificabile circa 20 anni fa, pian piano viene costruito, sottraendo ulteriore suolo (basti pensare alla realizzazione dei due poli commerciali sulle vie nuova Ponente e Dell’Industria). Può uno strumento così obsoleto rispondere ai bisogni di una città profondamente mutata?

“Il nuovo Pug dovrà sicuramente offrire risposte nuove. La sfida è quella di ripensare il territorio: non è più attuale creare aree verdi diffuse secondo vecchi principi, perlopiù di carattere ludico, bensì spazi di riequilibrio naturale. Vere e proprie oasi urbane. Di certo vi sono aree non ancora edificate e ferme da 20 anni che potrebbero tornare in mano nostra ed essere risparmiate dal cemento. Ad oggi abbiamo già sottratto dalla pianificazione territoriale circa 145mila mq destinati all’edificazione: ben 23 campi da calcio per usare una metafora di immediata comprensione”.

Jessica Bianchi

 

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