“Occorre riscoprire il silenzio”

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“Il dialogo si fa tra persone; il dialogo si fa a partire dalle cose concrete; il dialogo si fa a partire dalle nostre identità; il dialogo si fa a partire dalle cose che abbiamo in comune; il dialogo si fa senza nascondere le cose che ci rendono diversi; il dialogo si fa, in primo luogo, a partire da qualcuno che racconta; il dialogo però, è fatto, anche da qualcuno che ascolta; il dialogo non è fatto solo di parole; il dialogo come fenomeno globale; il dialogo è qualcosa che, mentre lo facciamo, ci arricchisce a vicenda e ci lascia migliori di come eravamo prima”. E’ questo il Decalogo del dialogo stilato dal carpigiano Brunetto Salvarani, teologo e saggista, docente di Teologia della Missione e del Dialogo presso la Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna, già direttore della Fondazione Fossoli, assessore alla Cultura del Comune di Carpi e responsabile del Centro Studi Religiosi della Fondazione San Carlo di Modena,  all’interno del suo ultimo libro Un tempo per tacere e un tempo per parlare (edito da Città Nuova Editrice). E all’ascolto, alla scoperta del pensiero altrui, di punti di vista e prospettive differenti, Salvarani ha dedicato, si può dire, l’intera vita: un’esistenza fatta di incontri – come quelli con il missionario Domenico Milani, il domenicano Bruno Hussar e il filosofo e teologo Raimond Panikkar, citati all’inizio del volume, nel capitolo intitolato, non a caso, Le tre grazie – e riflessioni che l’hanno portato a creare, tra le altre cose, la Giornata Ecumenica del dialogo cristiano-islamico, nata all’indomani dell’11 settembre 2001. Un libro che pare provvidenziale, in una contingenza storica in cui, più che al dialogo e all’ascolto, sono in molti a erigere muri – reali o identitari – dietro cui rifugiarsi. “Occorre riscoprire il silenzio, ne abbiamo estremo bisogno, religioni comprese” ha commentato Salvarani, dialogando con l’amico Odoardo Semellini nel corso di una presentazione presso la Libreria La Fenice. “Bisognerebbe comprendere che, quando non si ha la capacità di capire, a volte è meglio tacere. Appartengo alla generazione del Concilio Vaticano II che ha rappresentato una stagione di rinnovamento e apertura, un momento in cui si sono contrapposte due immagini della Chiesa. La mia esperienza di vita può testimoniare come il dialogo sia possibile a tutti i livelli, semplicemente perché esso avviene, ogni giorno, con fatica, e anche se non trova molto spazio nelle narrazioni dei media, continua, e da esso emergono insospettate ricchezze”. Un testo, quello di Salvarani, che ripercorre una vita piena, che non ha mai smesso di interrogarsi. Come sul nuovo Pontefice: “credo che la scelta di un vescovo di Roma, come lo stesso Francesco ama definirsi, proveniente dal Sud del mondo, sia stata intelligente e, in qualche modo, obbligata. Segno di un naturale ridimensionamento della centralità europea e romana, quando invece il papato di Ratzinger ha rappresentato l’ultima illusione sulle radici cristiane del continente, il sogno nostalgico di un passato che non c’è più, quando invece è giunta l’ora di iniziare a corteggiare il futuro. Tornare indietro sarebbe pericolosissimo e se questo pontificato ‘rompe’, è perché si basa sul Vangelo, ed è Cristo stesso ad annunciare di essere venuto a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera. La Chiesa di Francesco è più interessata a camminare con gli altri, con il popolo, piuttosto che a connotarsi identitariamente. Non è un caso che abbia deciso di inaugurare il Giubileo della Misericordia proprio in Africa”.
Una Chiesa, quella ‘francescana’, che si colloca, secondo Salvarani, in antitesi al ‘trumpismo’ dilagante, per contrastare il quale occorrerebbero buoni maestri, dei quali pare vi sia, invece, estrema carenza.
“E’ un problema serio, soprattutto per l’Italia. Il problema vero, come aveva già intuito Gaber con il suo album E pensare che c’era il pensiero, è che si è smesso di pensare, e quando ciò accade si finisce per lasciar parlare la pancia e ragionare per logiche binarie, sì o no, buoni e cattivi, amico e nemico…
Dobbiamo tornare a lavorare sulle sfumature, le penombre, che ti costringono a guardarti dentro e a non dare tutto per scontato”.
Marcello Marchesini

 

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