Vite da profughi

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L’incontro è avvenuto all’interno dell’appartamento nel quale vivono in centro a Carpi dal novembre scorso: dopo essere stati salvati in mare dalla Marina Militare nell’ambito dell’operazione Mare Nostrum, sono sbarcati a Taranto nel mese di luglio e poi trasferiti nell’ex Cie di Bologna.
Superata la tentazione di non voler vedere chi viene verso di noi, è l’occasione per indagare da vicino il fenomeno delle migrazioni  e come si configura quando diventa sfruttamento e tratta di esseri umani. Fra loro non tutti accettano di parlare (all’appello mancano Kindness, Daniel e David) ma, nonostante la diffidenza, le difficoltà di comunicazione dovute alla lingua e le differenze culturali, le domande filano via lisce fino a quando si chiede loro di raccontare un ricordo del viaggio e, a quel punto, la sedia diventa inevitabilmente scomoda.
“Io – afferma Ekhator, 22 anni – so fare due cose: giocare a calcio e cucire vestiti. In Italia si gioca tanto a calcio e si veste con buongusto. Sono qui per imparare nuove cose e mettere a disposizione la mia esperienza”. Instancabile con la sua macchina da cucire a pedali si rende disponibile per fare riparazioni: ha confezionato un vestito per Federica, l’insegnante di italiano del progetto Ero Straniero, e una camicia bianca profilata d’azzurro per sé.
Victor non ha più nessuno: in Nigeria, faceva il falegname e, nonostante i suoi 27 anni, è il più disorientato ma vuole trascorrere il resto della sua vita qui. Perché? “Perché c’è lui” dice indicando Carlo Tarabini, l’altro insegnante di italiano del progetto Ero Straniero. Il più creativo è Wisdom, 23 anni, che in Nigeria ha frequentato Ingegneria Elettronica all’Università e si diletta nella costruzione di modellini di auto coltivando il sogno di lavorare per la Bugatti. In Nigeria ha lasciato la moglie e i figli, Rashid, 28 anni, meccanico specializzato alle dipendenze di una ditta tedesca.
Vivono in dieci in questo appartamento, tutti nigeriani, e provengono da agglomerati urbani collegati alle grandi metropoli, sono tutti cristiani e sanno quale è la chiesa più vicina alla loro abitazione qui a Carpi.
Come racconta Jacob, 26 anni, muratore, il loro viaggio inizia dalla Nigeria, senza la piena consapevolezza dei rischi che può comportare: in tv, secondo quanto racconta Rashid, seguivano un canale religioso che trasmette da Roma. Sono partiti da questo angolo di Africa occidentale per le motivazioni più diverse: persecuzione religiosa, conflitti per la proprietà della terra, violenza all’interno dei gruppi familiari, ragioni economiche, gli attacchi terroristici del gruppo islamista nigeriano Boko Haram. Tanti sono coloro che fuggono dalla Nigeria dove è prevista la pena di morte per chi è omosessuale. Marco Pontiroli e Rainer Girardi della coop Caleidos osservano che la normale distinzione tra rifugiati e migranti economici è per lo più un concetto astratto e, quali che siano i motivi, i migranti sono esposti a violenze e sfruttamento lungo la via del deserto descritta come un inferno.
L’accenno di Rashid riguarda il suo lungo viaggio di parecchi mesi, inizialmente dalla Nigeria verso la Libia su un camion per diverse notti con solo una bottiglietta d’acqua, senza cibo.
Endurance fa capolino, saluta e poi sparisce.
Solo qualche parola sull’inevitabile destino che riserva loro mesi di lavoro forzato in Libia, il culmine dell’inferno, per pagare il successivo frammento di viaggio, vittime di intimidazioni, abusi e, spesso, torture, imprigionati da bande di libici o da connazionali, oggetti di scambio, comprati e costretti a lavorare per riscattarsi. Nessun riferimento a chi non ce l’ha fatta perché il prezzo che ha pagato chi è sopravvissuto è altrettanto alto.
Non si compatiscono affatto ed è evidente che siano diffidenti, ma alla domanda: “siete felici? Non avete mai pensato che sarebbe stato meglio non intraprendere questo viaggio?”, con un sorriso rispondono in coro: “la nostra vita qui è due milioni di volte meglio e vogliamo solo avere l’opportunità di poter far vedere quello che sappiamo fare”, afferma Humphrey.
Intanto c’è da cucinare (per lo più si preparano piatti africani a base di riso) e pulire l’appartamento e Rainer ha predisposto i turni per evitare le incomprensioni. Sono richiedenti asilo e vivranno qui fino a quando la Commissione a Bologna non esaminerà la loro richiesta e le relative motivazioni. Percepiscono 2,50 euro al giorno dallo Stato Italiano (75 euro circa al mese) e 160 euro mensili dalla coop Caleidos, attraverso fondi statali, per provvedere alle spese del vitto e straordinarie.
Dopodichè, terminato anche il periodo della seconda accoglienza, se la loro richiesta di asilo non verrà accolta, possono decidere per il rimpatrio volontario, essere obbligati dal rimpatrio coatto, spostarsi in un altro Paese o diventare irregolari su territorio italiano.
Nel frattempo oltre a frequentare i corsi di italiano di Ero Straniero e a sottostare alle formalità sanitarie e alle pratiche per i documenti, con la coop Caleidos intraprendono un percorso di conoscenza delle regole del nostro Paese (da quelle più elementari per gestirsi in un supermercato), di integrazione attraverso l’attività sportiva e di educazione alla relazione.
E pur di riempire le loro giornate, si rendono disponibili per fare qualcosa in questa cittadina che li accoglie e che a loro piace.
Sara Gelli

 

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