“Le serie Tv sono straordinari romanzi della contemporaneità”

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“C’era una volta il popolo. C’era una volta il sogno di costruire – attraverso il popolo – una nazione. C’erano le storie che facevano degli uomini, delle donne, delle famiglie, la premessa dell’essere popolo e poi nazione”…

Nel suo ultimo libro, Il romanzo della nazione, Maurizio Maggiani ha dato forma e voce al canto della nazione che avremmo potuto essere e non siamo. Ha tratteggiato la storia della sua famiglia quando questa iniziava a morire. La madre, il padre, i legami di sangue, la memoria… Maggiani ci racconta cos’è il romanzo di una nazione quando quel romanzo tramonta. Quando quella possibilità non si dà più. L’autore ci fa dono di un canto corale e coinvolgente, raccontandoci come si fondano speranze quando le speranze sono ormai finite.
Cos’è per lei la memoria?
“La memoria è la forma più plastica di conoscenza che abbiamo. E’ lo strumento più adatto e interessante per mettersi per strada e andare da qualche parte. E’ quello zainetto leggero che concentra l’indispensabile per dirigersi laddove non penseremmo mai di poter arrivare. La memoria è il nostro strumento di viaggio più prezioso”.
Perché ha sentito l’esigenza di scrivere Il romanzo della nazione? Qual è stata la spinta?
“Mi sono messo lì e l’ho fatto. Così, semplicemente. E’ un romanzo privo di artificio, non avevo contratti con alcuna casa editrice… l’ho scritto e basta”.
Chi è che fa la storia di una nazione?
“Vorrei innanzitutto precisare che la nazione non è lo stato nazionale. Lo stato è l’unità amministrativa, la burocrazia, l’esercito, il governo… La nazione è tutt’altro. E’ un’idea, un ideale, forse un’utopia, un mito. Un’epopea. Il mio concetto di nazione è quello di un popolo libero e sovrano. Persone che condividono la propria sovranità. Chi fa una nazione sono gli uomini liberi”.
In che direzione sta andando il Paese? Qual è, a suo parere, il male che lo affligge?
“Secondo lei dove stiano andando?”, mi chiede Maggiani. “Temo si debba parlare più che altro di deriva…”, aggiunge.
Ha militato in Lotta Continua per anni: la sua, è stata anche una generazione di grandi contestatori. Dov’è finita la loro eredità?
“Non hanno lasciato alcuna eredità. Si sono mangiati tutto. Non abbiamo lasciato nulla facendo così un torto gravissimo alla generazione di oggi. Ai nostri figli. Li abbiamo trattati malissimo”.
Perché ha scelto di vivere di scrittura? Cosa rappresenta per lei?
“Scrivere è molto meglio che scavare carbone non trova?” (ride ndr).
Ha un libro del cuore?
“Ogni epoca della mia vita movimentata e complicata ha avuto i suoi libri. Diciamo però che, pur cambiando i tempi, un autore è sempre rimasto nel mio cuore dagli otto anni e fino agli ottanta se ci arriverò: Charles Dickens”.
Quale libro consiglierebbe a un giovanissimo per appassionarsi alla lettura?
“Gli adolescenti non hanno bisogno di consigli bensì di opportunità. E temo che oggi, per gli adolescenti contemporanei ve ne siano ben poche… Comunque se in casa ci sono dei libri e se a scuola ci sono insegnanti appassionati allora questi giovani saranno probabilmente invogliati a leggere. Certo se i libri costassero meno…”.
Guarda la Tv?
“Guardo la televisione da mezzanotte alle due di notte. Tutti i giorni. Al momento sto seguendo in contemporanea sei diverse serie tv, le considero il romanzo del ventunesimo secolo. Non seguo invece un talk show, un varietà o un telegiornale da trent’anni a questa parte”.
In un’intervista  ha definito l’articolo 1 della Costituzione della Repubblica romana («La sovranità è per diritto eterno nel popolo») l’utopia più potente mai elaborata da una mente politica. Cosa ne pensa della riforma costituzionale proposta da Renzi?
“Diciamo così: per la sovranità popolare è una emerita sciocchezza”.
Jessica Bianchi

 

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