Poeta professionista vivente

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Esilarante ma romantico. Capace di far piangere ma anche scompisciare. Guido Catalano, “l’ultimo dei poeti” come spesso si definisce, ama giocare. Con le parole. E lo fa con una potenza evocativa straordinaria. Poeta tra la gente, Catalano parla la lingua di tutti i giorni. Semplice. Diretta. Sarà questo il suo segreto. La sua forza. Saper emozionare, conquistando cuore e pancia. Attesissimo ospite della Festa del Racconto, gli chiediamo:
Di te scrivi: “a 17 anni ho deciso che volevo diventare una rock star. Poi ho capito che forse non ce la facevo e ho ripiegato su poeta professionista vivente, che c’erano più posti liberi”.  Com’è la giornata tipo di un poeta professionista vivente?
“Difficilmente le mie le giornate sono uguali. Parte del mio lavoro consiste nel fare spettacoli poetici, reading, in giro per l’Italia. In quei periodi, dunque, le mie giornate somigliano a quelle dei musicisti in tour.
Quando sono a casa invece poltrisco parecchio, leggo, scrivo e leggo ancora un poco, faccio la spesa, la lavatrice e guardo molti film e serie televisive”.
Quanto è importante l’ironia – e l’autoironia – nella tua vita?
“Fondamentale. E’ un’arma che mi serve a difendermi dalle brutture del mondo ed è un ingrediente essenziale in quello che scrivo. Le persone che amo, normalmente, sono ricche di questa dote”.
Con la poesia oggi in Italia si riempie il frigo e si paga l’affitto?
“Io ci sto riuscendo, anche se non ho idea di quale sarà il mio futuro. Ci comprerei anche le sigarette se solo non avessi smesso di fumare”.
Cosa ti ispira? Hai una musa?
“Le donne, l’amore, i discorsi della gente. Le mie esperienze dirette e alle volte i sogni che faccio. Sogno molto. In questo momento della mia vita c’è una ragazza che mi ispira parecchio. Non posso dire come si chiama ma posso dire che il suo nome finisce con la  A”.
Quando l’ispirazione arriva dove l’appunti? Smartphone, post it, taccuini…
“Non prendo quasi mai appunti e non posseggo uno smartphone. Quando arriva l’ispirazione devo sperare di avere la possibilità di scrivere subito qualcosa di concreto. Spesso non è così e mi perdo l’idea, l’ispirazione. Spesso le migliori idee mi vengono in bicicletta o mentre mi so addormentando.
Ne perdo un sacco, è un peccato”.
Ti allontani completamente dall’archetipo del poeta classico. Con te si ride e si piange. Che ruolo ha, a tuo parere, la poesia oggi per raccontare il mondo, l’amore, il nostro tempo…
“Credo abbia lo stesso ruolo della canzone, del cinema, della letteratura in generale, del teatro, financo del teatro-danza. Financo  il mio computer me lo segna errore. La poesia è una forma artistica letteraria come le altre. Anche se non tutti sono d’accordo”.
Qual è il tuo poeta preferito di sempre?
“Non ce n’è uno solo”.
Qual è il libro del tuo cuore?
“Forse 1984, di Orwell. Anche Il giovane Holden, credo”.
Quale romanzo c’è sul tuo comodino in questo momento?
“Ne ho diversi. Ho un comodino gigante. Il primo che vedo da qui è Grandi momenti di Franz Krauspenhaar”.
Qual è il tuo rapporto coi social?
“Ho un ottimo rapporto coi social. Mi divertono e sono uno strumento fondamentale per il mio lavoro.
Sono un meraviglioso amplificatore per quello che faccio e mi permettono di essere conosciuto in luoghi dove non arriverei con i media tradizionali”.
Fai reading in ogni angolo della penisola. Cosa rappresenta per te il successo?
“Per me il successo è riuscire a fare ciò che si desidera, ciò che si sogna di fare anche se sembra difficile o quasi impossibile.
Tipo diventare poeta professionista vivente. Io un po’ ci sto riuscendo dunque in quel senso, forse, ho successo”.
D’amore si muore ma io no è il tuo primo romanzo. Come ti è venuta l’idea di confrontarti con questa forma narrativa? Vuoi forse addivenire un romanziere?
“In realtà l’idea di addivenire romanziere non è venuta a me. Mi è stata fatta una proposta da Rizzoli e io, che amo le sfide pericolose, ho accettato. E sono felice di averlo fatto”.
Jessica Bianchi

 

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