“Non accettiamo l’inferno”

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“E’ sempre più importante il mondo in cui si reagisce a questi fatti. Occorre rispondere con la conoscenza e il confronto reciproci, senza cedere a paura e diffidenza. Perché, se invece lo si fa con scritte ingiuriose sui muri o appiccando il fuoco a esercizi commerciali, allora si dà ai terroristi una grande mano”. Si è espresso così il sindaco di Carpi Alberto Bellelli, ieri sera, davanti al Municipio, introducendo il minuto di silenzio in ricordo delle vittime degli attentati che a Bruxelles hanno causato decide di morti e centinaia di feriti, gettando nuovamente l’Europa nel panico. Ancora una volta. Già, perché per i carpigiani è la terza occasione in pochi mesi per ritrovarsi insieme e tentare, tenendosi stretti, di resistere all’attacco che il fondamentalismo islamico sta sferrando all’Occidente. Un attacco insieme fisico e psicologico che attenta alle vite non meno che al senso di sicurezza delle comunità. Ai valori, oltre che ai corpi. E anche Bellelli non ha mancato di sottolineare come ormai, quello del cordoglio, stia diventando quasi una sorta di macabro appuntamento fisso: “Prima eravamo qui per l’attacco alla redazione di Charlie Hebdo, poi a quello del Bataclan e agli altri luoghi di Parigi, ora si tratta del Belgio”. E forse, oltre alla paura e alla rabbia, sta iniziando a serpeggiare una sorta di stanchezza, almeno a considerare il fatto che dei circa trecento cittadini convenuti dopo gli attacchi del 13 novembre 2015, ieri ne erano rimasti non più di un centinaio, con ancora la forza di testimoniare, con la propria presenza e il proprio silenzio, la voglia di reagire. Intendiamoci, può non significare nulla, può essere soltanto un caso. E però. Se così non fosse, sarebbe umano, comprensibile: non si può passare la vita in perenne testimonianza del fatto che il mondo sia un luogo meno accogliente e sicuro. Dovremo finire per abituarci a convivere con l’idea che non si tratta di ‘se’, ma di ‘quando’ esploderà la prossima bomba, come hanno affermato due esperti del calibro di Lucio Caracciolo e Paolo Mieli? Quando il prossimo fanatico deciderà di far strage in un teatro, in un centro commerciale, in una scuola? Quali saranno i prossimi colori che condivideremo sui social network, quelli della Union Jack, della Germania, dell’Olanda? Dell’Italia, è questo il segreto terrore? Diventerà normale, per i nostri ragazzi, vivere con la sensazione di un pericolo onnipresente perché invisibile e, fondamentalmente, senza scopo se non quello di alimentare la paura? Probabile. Ciò non significa però rassegnarsi né, tantomeno, arrendersi. “Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà”, scriveva un celebre sardo.  “Questa Europa è ancora troppo timida – ha chiosato Alberto Bellelli – e deve invece agire con più decisione, tutti gli Stati membri devono raccogliere la sfida. Ma noi cittadini europei dobbiamo essere i veri protagonisti del processo di pacificazione, chiedendo a chi proviene da altri luoghi e differenti culture di aprirsi e comunicare. Come ho sentito fare ad Aisha, una ragazza musulmana che qualche settimana fa ha demolito, Corano alla mano, le teorie di morte degli jihadisti”. Anche il vescovo Francesco Cavina è intervento al presidio: “chiediamo a Dio, nel silenzio delle nostre anime, che salvi questa povera umanità, la quale, nonostante tutti gli sforzi, per farcela sembra aver bisogno di un aiuto superiore”. Per chi non possiede il dono della fede, resta, purtroppo, soltanto l’uomo. O l’Uomo, se si preferisce. Che comunque lo si voglia considerare, è capace di massacrare i propri simili come di porgergli aiuto. Di progettare e realizzare inferni in terra o di dar spazio a piccoli paradisi. Allora torna in mente quella frase di Calvino, che ieri sera non poteva evidentemente essere davanti al Municipio di Carpi, ma che forse in realtà c’era, nel cuore di chi ha letto le sue parole senza dimenticarle più: “L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.
Marcello Marchesini

 

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