Le mafie sono qui ma i giovani non lo sanno

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Pare che la lotta alle mafie dovrà partire prima di tutto dai giovani. Già, perché è su di loro che tanto lavoro resta ancora da fare. Almeno secondo quanto evidenziato dall’indagine compiuta da Costantino Cipolla, coordinatore del Corso di Laurea Magistrale in Scienze Criminologiche per l’Investigazione e la Sicurezza presso l’Università di Bologna, in vista della realizzazione dell’Osservatorio per la Legalità dell’Unione Terre d’Argine, che lascia emergere un dato all’apparenza paradossale. Se da un lato infatti proprio i giovani risultano i meno informati rispetto al problema della presenza delle mafie sul territorio – così come illustrato dal docente venerdì scorso, nell’ambito di un convegno tenuto in Biblioteca Loria alla presenza dei sindaci dei Comuni dell’Unione, dell’assessore regionale Massimo Mezzetti, di un rappresentante del prefetto e di vari esponenti delle Forze dell’Ordine e della società civile – dall’altro sono anche coloro che ritengono, in misura maggiore rispetto a tutte le altre fasce d’età, che l’impegno dei cittadini possa fare la differenza nella battaglia per la legalità. Disinformati ma motivati, si potrebbe dire. Questa apparente incongruenza trova una prima, probabile spiegazione nel fatto che, sebbene una larga fascia di ragazzi sia molto distante dalle tematiche in questione, la minoranza che si impegna lo fa con passione e determinazione. Ma non sono questi gli unici esiti interessanti della ricerca: le donne sembrerebbero più attente al fenomeno, così come gli occupati nel settore privato rispetto al pubblico impiego, mentre, per tutti, la consapevolezza del pericolo rappresentato dalle infiltrazioni aumenta con l’età. Sebbene nella percezione dei più la presenza del crimine organizzato sia cresciuta rispetto al passato – per il 65% le mafie sono una realtà con la quale fare i conti qui e non solo nelle aree meridionali del Paese – il tema delle infiltrazioni, con il 6,7%, è soltanto quarto tra le preoccupazioni della cittadinanza, superato da disoccupazione, al 53% e, a seguire, da criminalità straniera e immigrazione, che insieme raccolgono poco più del 20%. Solo il 12% degli intervistati percepisce concretamente la presenza mafiosa, mentre un 7% del campione dichiara di essere venuto personalmente a conoscenza di una richiesta di pizzo e il 10% di un atto intimidatorio. Secondo l’80% del campione le autorità pubbliche non fanno abbastanza per contrastare il fenomeno, per fronteggiare il quale ai primi posti dovrebbero esservi lotta alla corruzione ed educazione alla legalità, segno questo che, fortunatamente, quasi nessuno si illude che le mafie si possano combattere soltanto con una risposta di tipo repressivo. Ultimo dato, tra i più sorprendenti se si pensa al clamore mediatico che ha suscitato inizialmente, quasi il 42% del campione non conosce l’inchiesta Aemilia (dato che sale al 62,8% tra i giovani dai 18 ai 29 anni), che ha evidenziato fuori di ogni ragionevole dubbio come le mafie, ‘ndrangheta in testa, siano radicate ormai da anni sul territorio, con connivenze importanti tra professionisti, imprenditori e politici di origine emiliana. La situazione fotografata dall’indagine, insieme agli spunti e ai suggerimenti raccolti dalla parallela ricerca curata dal consulente in tema di Sicurezza urbana e Polizia Locale Antonio Assirelli di Poleis, dovrebbe condurre, nei prossimi mesi, alla nascita dell’Osservatorio, uno strumento in più per le amministrazioni locali per vigilare e contrastare il radicamento mafioso. L’auspicio è che il nuovo soggetto possa operare in stretta sinergia con quanti, sul territorio, si occupano da anni del tema: dal presidio di Libera ai sindacati, alla nascente sede carpigiana del Centro studi Paolo Borsellino (nata grazie a una collaborazione tra lo stesso e la Fondazione CR Carpi).

 

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