Una storia d’amore ai tempi di D’Annunzio

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Languide atmosfere dannunziane sullo sfondo di una Firenze del 1902 in tumulto per l’espansione industriale e le rivendicazioni operaie. Al centro della trama una relazione amorosa tra una studentessa di Medicina e un giovane dottore sensibile alle sofferenze degli umili e degli oppressi, che si intreccia con la storia italiana dei primi del Novecento e i suoi grandi  protagonisti.  Questo e molto altro nell’ultimo romanzo della scrittrice carpigiana Alessandra Burzacchini intitolato Sulle tamerici salmastre ed edito da Artestampa. L’abbiamo intervistata per saperne di più.
Alessandra già nel titolo Sulle tamerici salmastre c’è un chiaro riferimento a una delle poesie più celebri di Gabriele D’Annunzio La pioggia nel pineto. Cosa ti affascina maggiormente dell’epoca dannunziana e perché l’hai scelta come cornice del tuo romanzo?
“Trovo che il Decadentismo sia stato un momento di grande fermento culturale, letterario e artistico. Amo la Roma del romanzo Il Piacere, la Vienna di Freud, la letteratura e la pittura di quei tempi. Sin dalla scuola media, D’Annunzio mi ha sempre affascinata. Non posso dire che sia il mio poeta preferito, perché in verità prediligo Leopardi, Dante, Omero, però mi ha sempre attratto. Ho scelto D’Annunzio per la mia tesi di Laurea in Lettere Classiche e persino la tesina presentata all’esame di Stato era su di lui. Ricordo che a dodici anni rimasi incantata leggendo a scuola Pioggia nel pineto. E l’incanto è rimasto”.
La protagonista Angelica è sicuramente un simbolo di emancipazione femminile, in quanto è una delle rarissime ragazze del tempo a essere iscritta all’Università. Ma oltre a questo, chi è Angelica e come si intreccia la sua vita con quella di D’Annunzio?
“Angelica è la figlia del veterinario di D’Annunzio, che è realmente esistito: si chiamava Beniamino Palmerio, era abruzzese come il poeta, e oltre a essere il suo veterinario di fiducia (D’Annunzio aveva un gran numero di cani, soprattutto levrieri, e cavalli) era diventato un amico e un prezioso collaboratore. Palmerio scrisse anche un libro, Alla Capponcina con D’Annunzio, in cui racconta gli anni passati con lo scrittore ed Eleonora Duse nella villa a Settignano. Naturalmente Angelica è un personaggio inventato. Mi piaceva l’idea di una ragazza emancipata, iscritta a Medicina, fidanzata con un giovane medico simpatizzante socialista, ma inevitabilmente attratta da un mondo di bellezza e di lusso che non è il suo. In lei ci sarà un turbamento che la porterà a una scelta. Costretta a seguire il padre a Settignano, conoscerà il poeta quasi spiandolo da lontano e leggendo i suoi romanzi, conoscerà la Duse e una vita molto lontana dai suoi ideali”.
La storia d’amore tra Angelica e Giacomo si inserisce nella Firenze del 1902 in cui convivono da un lato lo stile di vita dedito al lusso e al piacere tipico del Vate, e dall’altro le contestazioni degli operai per ottenere migliori condizioni lavorative. Come si pongono i due fidanzati di fronte a tutto ciò?
“Giacomo, il fidanzato di Angelica, pur venendo da una famiglia colta e benestante, frequenta le riunioni degli operai, cura gratuitamente i loro figli, alterna il suo lavoro in ospedale con quello non retribuito allo Spedale degli Innocenti, dove le suore hanno un orfanotrofio. Si troverà a discutere con i lavoratori del Pignone che stanno preparando il grande sciopero di fine agosto, cercando di placare gli animi di coloro che vorrebbero una vera e propria rivoluzione.
I primi decenni del Novecento sono così: si mescolano la Belle Epoque, le tele ricche di sete di Boldini e Sargent e le prime rivolte operaie e contadine. Ci sono il cinema, le traversate oceaniche, le serate a teatro, le manifestazioni femministe. Anni ricchi di idee, di passione, di lotte. In quanto a Giacomo, ovviamente non è affatto contento che Angelica vada col padre alla Capponcina, né che conosca D’Annunzio e vivrà male questa separazione”.
Si tratta del tuo secondo romanzo storico dopo Blu Principe. Come riesci a trovare il giusto equilibrio tra verità e finzione narrativa?
“Come era stato per Blu Principe, ho letto moltissimo sugli anni in cui avevo deciso di ambientare la narrazione. Per il primo romanzo, la difficoltà era stata soprattutto reperire cibi, bevande e tutto ciò che riguardava la vita quotidiana nel Cinquecento. Per Sulle tamerici salmastre conoscevo già abbastanza bene lo stile di vita dell’epoca e in particolare quello di D’Annunzio. Invece, è stato molto arduo trovare notizie sullo sciopero a Firenze dell’agosto 1902. Ho consultato sindacati e partiti socialisti di molte città della Toscana, oltre che di Firenze, ho cercato nei giornali del tempo, ma non ho trovato quasi nulla. Molto è stato disperso durante il Fascismo o dopo l’alluvione di Firenze. Per il resto ho inventato: via via che scrivevo, da un personaggio nascevano pensieri, azioni, decisioni, sentimenti che neppure io immaginavo”.
Stai lavorando a un nuovo libro? Puoi anticiparci qualcosa?
“Purtroppo non posso scrivere quanto vorrei. Sono una insegnante, ho tre figli, un marito, un cane e il tempo è sempre troppo poco. Poi, in verità amo molto leggere e quasi tutto il mio tempo libero lo passo leggendo. In questi anni ho scritto però molti racconti e tanti di questi hanno ottenuto dei riconoscimenti letterari: vorrei riunirli in una raccolta. Alcuni sono ambientati in epoche antiche. Ho rivisitato personaggi storici e letterari, come Odisseo e Penelope, Lavinia ed Enea, Micol Finzi Contini, Emma Bovary. Chissà quale sarà l’ispirazione per il prossimo racconto…”.
Chiara Sorrentino

 

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