“Siamo noi le seconde generazioni”

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O figlia di mio padre, il figlio del figlio di tuo figlio sarà sempre della seconda generazione, e i suoi figli dopo di lui, e i bambini generati dalle loro figlie saranno della seconda generazione, di qua e di là dal mare, sempre…
Daniel Pennac

Occuparsi di seconde generazioni, oggi più che mai, è compito tanto necessario quanto impegnativo. L’amara  considerazione del personaggio nato dalla penna di Daniel Pennac esige una riflessione profonda.
Il 23enne Oussama Mansour, tunisino di nascita ma carpigiano d’adozione, collabora da anni con Yalla, blog delle seconde generazioni di migranti in Italia. Gli chiediamo:
Cos’è per te la libertà d’espressione?
“Idealmente sarebbe la facoltà di dire ciò che si pensa su qualsiasi argomento: poter criticare, apprezzare… In realtà la libertà d’espressione, oggi, viene utilizzata da più parti in modo alquanto strumentale”.
Dopo i fatti di Parigi credi che la satira debba porsi dei limiti?
“Io credo che l’attacco alla redazione di Charlie Hebdo non abbia direttamente a che fare con la libertà d’espressione: dobbiamo infatti ricordare che prima dell’attentato era un quotidiano di nicchia, con una tiratura irrisoria, di sole 50mila copie. Ciò non toglie che occorre tutelare le persone che fanno satira anche quando feriscono. La satira deve far ragionare e deve poter ironizzare anche su ciò che viene considerato sacro o sacrosanto, dalla religione alla politica. Non deve porsi limiti ma deve far pensare, ridere e non rappresentare soltanto un mero attacco. Deve quindi esistere una sorta di equilibrio  che nulla però ha a che fare con la censura o la violenza. Il limite della satira sta nei suoi obiettivi: non deve dare risposte, è una forma d’arte e, in quanto tale, deve accendere degli interrogativi nelle menti delle persone”.
Le seconde generazioni nate e cresciute in Italia rischiano di entrare in crisi di identità e di cercare risposte nell’estremismo. Quali errori sta commettendo secondo te la scuola?
“Questo è un argomento estremamente importante poiché ragionare sulle seconde generazioni significa ragionare sul futuro di questo Paese. In Italia siamo fortunati, in quanto abbiamo davanti agli occhi l’esempio di altre nazioni, dalla Francia alla Germania, alla Gran Bretagna, le quali sono state interessate dal fenomeno migratorio ben prima di noi, lì infatti vi sono già i figli delle seconde generazioni. Il modello francese dell’assimilazione per il quale il figlio dell’immigrato è uguale al suo coetaneo francese si è rivelato fallimentare così come  quello comunitario anglosassone, quello dei ghetti e delle comunità chiuse in stesse per intenderci. In Italia si sta adottando una sorta di modello ibrido tra i due: da un lato vi sono seconde generazioni che rinnegano totalmente la propria cultura d’origine e ve ne sono altre che non hanno alcun contatto coi coetanei italiani.  La scuola ha un ruolo fondamentale per educare al dialogo interreligioso ma, in molti casi, non è ancora pronta a farlo: vi sono docenti che considerano le difficoltà nello studio del figlio di un immigrato, anche se nato e cresciuto in Italia, come un ostacolo insormontabile, sul quale è inutile lavorare. A scuola bisognerebbe imparare che, pur essendo tutti diversi, si è tutti allo stesso livello: ragazzi che chiedono sapienza, saggezza ed educazione. Di conseguenza sarebbe fondamentale lavorare sulle scuole di ogni ordine e grado, sin dall’asilo.  Anche se in città molti immigrati se ne sono andati, il loro numero è comunque importante. Gli stranieri, tendenzialmente, fanno molti figli e queste seconde generazioni non devono essere abbandonate a se stesse. Non possiamo rischiare di lasciarle nelle mani di integralisti che offrono loro facili risposte e soluzioni a portata di mano. Ogni giovane per quanti errori possa fare nel quotidiano deve poter scegliere la propria strada. E’ necessario cercare un modello nuovo, creare un cambiamento e io sono convinto che le seconde generazioni possano rappresentare la chiave di volta. Ognuno di noi deve elaborare il dilemma di avere due culture: io sono tunisino d’origine, un paese vicinissimo geograficamente all’Italia eppure per molti aspetti diversissimo dal paese in cui sono cresciuto e mi sono formato, quello che considero il mio paese. Noi possediamo una chiave nuova di lettura della società italiana; io sono convinto di riuscire a vedere le differenze ed è questo che, forse, dovremmo trasmettere anche a scuola”.
Perché alcuni giovani italiani si convertono all’Islam? Cosa cercano?
“Il processo di secolarizzazione e la conseguente caduta delle ideologie ha fatto sì che molti più giovani non abbiano più nulla a cui aggrapparsi, non abbiano più esempi da seguire capaci di colmare i loro bisogni spirituali, intellettuali, culturali… E’ possibile che giovani italiani si convertano all’Islam: ne ho conosciuti vari che si sono recati  a Medina o in qualche facoltà mediorientale per imparare gli scritti.  Occorre prestare grande attenzione a cosa si sceglie: gli integralismi e, in generale, tutti coloro che offrono risposte semplici rappresentano qualcosa di cui diffidare. Non esistono verità certe. Si deve studiare, sviluppare senso critico, le cose devono sedimentare dentro la propria testa.  Oggi, in Europa, le seconde generazioni e gli immigrati islamici in generale rappresentano ancora una minoranza ma dobbiamo ricordare che il loro tasso di fertilità a differenza di quello occidentale è altissimo. Tra cinquant’anni avremo un’Europa con un gran numero di musulmani, credo sia quindi importante interrogarci su quale evoluzione subirà qui la religione musulmana”.
Come secondo te si può vincere il terrorismo?
“Questo è il miglior momento che ha l’Islam moderato e ben radicato in Italia di mostrarsi e aprire i propri luoghi di culto. E’ questo il modo migliore per sconfiggere il terrorismo: far capire alla gente che questo fenomeno non ha nulla a che fare con la fede in sé. E’ una questione politica anche se velata da una presunta fede arcaica che non esisteva più nemmeno nei paesi arabi fino agli Anni ’90. Ricordiamo che in molti paesi, come la Tunisia ad esempio, vi è stata una secolarizzazione forzata imposta dai regimi, i quali  hanno vietato per anni i simboli e i dogmi religiosi. La donna doveva avere gli stessi diritti dell’uomo e non poteva velarsi, gli uomini non potevano tenere la barba e non dovevano parlare di fede nei luoghi pubblici… la religione era scomparsa.  Proibita. Tutto questo non ha fatto altro che creare un effetto boomerang: con la caduta dei regimi, tutti sono diventati grandi esperti di religione, le donne si sono velate…
Condurre oggi una politica di odio contro l’Islam, chiudere le moschee, controllare le mail dei fedeli… questo non farebbe altro che fomentare il risentimento e a rinforzare il terrorismo.  Mostrare la vera natura dell’Islam, aprire le moschee carpigiane al pubblico, farne luoghi di incontro di condivisione, al contrario, non può che fare del bene alla collettività. Conoscere è il modo migliore per criticare costruttivamente. L’attuale bombardamento mediatico condiziona le persone ma ghettizzare non porta a nulla se non a fenomeni di paura e violenza. Ognuno di noi dovrebbe dire no al divide et impera”.
Jessica Bianchi
 

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