Calano ma non come noi

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All’inizio li chiamavamo “vu cumprà” quando popolavano le spiagge poi hanno accettato mansioni rifiutate dai nostri connazionali nei campi, nell’agricoltura, nell’edilizia e nell’assistenza agli anziani. Le prostitute di strada oggi sono solo straniere, ma i clienti italiani. Poi ci sono stati i ricongiungimenti familiari e il sistema ha cominciato a scricchiolare. L’istruzione è finita sotto pressione perché le buone intenzioni non possono supplire alle carenze organizzative: professori e famiglie hanno un atteggiamento benevolo fino a quando però non si rallenta nell’apprendimento e cominciano i dissapori. Quando al pronto soccorso si vede la fila di immigrati si torna a casa di malumore come se fossero la causa della lunga attesa. I dati sulla criminalità continuano a essere alti per gli stranieri. Insomma, in tutti questi anni, l’Italia non è stata all’altezza della grande sfida: oggi gli stranieri sono tanti e la loro presenza viene spesso avvertita con fastidio, quando non addirittura con paura.  Nel 1994 a Carpi eravamo in 60.137, di cui 59.253 italiani e 884 stranieri. Nel 2013 siamo saliti a 69.437 abitanti, di cui 58.969 italiani e 10.468 stranieri: siamo una società ‘a crescita zero’, anzi in calo mentre è stato massiccio l’arrivo degli stranieri cresciuti più di dieci volte tanto in meno di dieci anni.
Nel 1994 a Carpi rappresentavano l’1,5% della popolazione (gli italiani erano il 98,5%), nel 2013 rappresentano il 15,1% (gli italiani sono l’84,9%): la fisionomia della nostra comunità sta cambiando in modo così prepotente da generare disorientamento, noi siamo sempre meno e gli stranieri sono cresciuti costantemente.
Il Pakistan è il paese più rappresentato (2.633 di cui 1664 maschi e 969 femmine); segue la comunità cinese con 912 presenze (488 maschi e 424 femmine) e i romeni sono la terza etnia (908, di cui 343 maschi e 565 femmine). Seguono marocchini (878, di cui 405 uomini e 473 donne) e tunisini (815, 475 uomini e 340 donne). Sono tanti, ma sono in calo: secondo i dati aggiornati al mese di settembre scorso gli stranieri che oggi vivono a Carpi sono 10.051 meno di quelli che c’erano appena un anno fa (10.468 del 2013).  L’Italia è diventata una tappa di passaggio, lo abbiamo sentito dalla voce dei migranti salvati grazie alle operazioni di Mare Nostrum. Ebbene, sembra essere così anche per Carpi. E a dirlo sono i dati sulle rimesse di denaro in aumento consistente: quando l’immigrato anzichè investire lì dove vive e lavora manda quasi tutto ciò che guadagna alla sua famiglia rimasta al di là del Mediterraneo significa che sta pensando di tornare a casa. Magari non lo farà subito ma il suo progetto di vita è altrove. Colpa della crisi che colpisce tutti ma se se ne andassero tutti i contraccolpi non mancherebbero, ad esempio sul fronte dell’Inps. C’è il dato delle badanti che ci deve far riflettere perché su di loro si basa una parte importante del nostro sistema di welfare. Poi ci sono le zone d’ombra quelle in cui l’integrazione è ancora lontana ad esempio nelle regole del mercato del lavoro, nel rapporto con i servizi sanitari, nelle scuole. E’ impossibile pretendere che l’inserimento degli alunni stranieri avvenga sempre senza attriti nelle scuole carpigiane: nonostante le strategie di integrazione producano risultati tangibili, purtroppo rimane inapplicata la circolare ministeriale che fissa una soglia massima del 30% per evitare la ghettizzazione. Ciò dipende, lo abbiamo già scritto, dalla squilibrata distribuzione delle famiglie straniere fra i quartieri di Carpi, ma non solo. Nelle otto scuole d’infanzia complessivamente considerate la percentuale media di bambini stranieri presenti è del 19,8% (580 bambini circa) di cui 91 nelle otto scuole materne comunali e 288 concentrati nelle dieci scuole materne statali, come i Girasoli dove la percentuale di bambini stranieri raggiunge il 61%. Nelle scuole elementari la percentuale media di stranieri è del 19,6% ma in quelle del Comprensivo Carpi Centro sfiorano il 34% e alle Giotto in particolare sono il 43%.  In futuro è proprio a scuola che si gioca la partita più importante: guardando all’Inghilterra e alla Francia è la seconda generazione a creare problemi di integrazione, un fenomeno non ancora iniziato in Italia e su cui c’è chi è già pronto a speculare.
Sara Gelli
 

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