Il sogno americano di Carlotta continua

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L’America l’ha conquistata. Nel 2012  era stata pubblicata l’intervista su Tempo quando ormai era prossima alla laurea specialistica, adesso la carpigiana Carlotta Paltrinieri sta proseguendo la sua carriera accademica con un dottorato all’Indiana University.
Sono 4 anni che vivi e studi negli Stati Uniti, prima con il progetto Overseas, poi con il Master in Letteratura Italiana e ora con il dottorato in Letteratura e Arte Rinascimentali. Qual è il tuo bilancio di questa esperienza finora?
“Non può che essere un bilancio positivo! L’esperienza statunitense continua a darmi grandi soddisfazioni sia lavorative che personali. Oltre alla possibilità di seguire corsi tenuti da alcuni dei massimi esperti nel campo della letteratura italiana, questo dottorato mi offre l’opportunità di diffondere la lingua e la cultura italiane attraverso l’insegnamento. Durante i primi due anni del programma ho insegnato corsi di lingua base, intermedi e avanzati agli studenti della triennale, mentre quest’anno seguo il direttore del dipartimento nell’organizzazione di un ciclo di conferenze in occasione del centenario della Prima Guerra Mondiale: vi parteciperanno diplomatici provenienti da tutto il mondo.  Inoltre, grazie a uno dei corsi di storia dell’arte che sto seguendo, mi occupo dell’allestimento di un’esposizione di stampe dei Carracci al museo dell’università”.
Come ci si sente a insegnare lingua e cultura italiane in un’università americana? Come vedono l’Italia i tuoi studenti?
“Appena arrivata temevo che i pregiudizi sugli italiani mi precedessero, ma devo dire che sono stata piacevolmente sorpresa dalla calda accoglienza degli americani nei confronti di noi italiani.  Ti chiedono della moda, del cibo, della storia. Invidiano il nostro passato di gloria e il nostro imparagonabile talento per qualsiasi tipo di arte. Sono interessati, emozionati, curiosi. Elementi chiave quando si apprende una lingua, specialmente la lingua di una cultura così particolare, affascinante e contraddittoria come quella italiana. La curiosità è qualcosa che non vedevo da tanto se ripenso alla mia esperienza come studentessa.  Come non ci si può sentire fieri di essere italiani quando ci si trova di fronte a tanto entusiasmo e ammirazione? E anche l’orgoglio di essere italiana, devo ammettere, mi mancava da un po’. La lezione più importante che mi sta dando questa esperienza è che dobbiamo ricordarci che il Paese da cui veniamo non ha eguali, ed è veramente da incoscienti lasciarlo appassire cosí. Abbiamo la fortuna di essere tra i più invidiati del mondo: agiamo di conseguenza”.
L’America è davvero il Paese delle grandi opportunità per i giovani? In Italia sarebbe impossibile ottenere tutto ciò che stai conseguendo?
“Posso solo parlare per il mondo dell’accademia. Gli Stati Uniti offrono un grande potenziale di crescita grazie al loro sistema di educazione superiore efficientissimo. Chiaramente questo grande potenziale ha un prezzo: le università hanno un costo annuale medio di 20-25mila dollari, senza contare poi il costo della vita all’interno del college, i visti, le tasse… Quindi, a meno che un giovane non provenga da una famiglia benestante è improbabile che si possa permettere una tale spesa annuale. Pertanto, il sistema accademico americano propone, nella maggior parte dei casi, una soluzione allo scoglio finanziario offrendo borse di studio agli studenti più meritevoli. Questo significa che in caso di scarsità finanziaria si può ancora essere ammessi se si hanno i numeri giusti. Da ciò che vedo ogni giorno, posso affermare con certezza che l’America offre grandi opportunità ma solo a patto di meritarsele davvero. E poi, una volta superato l’ostacolo dell’ammissione, le possibilità sono infinite. Si possono seguire corsi di ogni tipo in qualsiasi facoltà, fare esperienza sul campo, insegnando o facendo ricerca retribuita, partecipare a conferenze nel Paese attualmente più influente in quanto a formazione professionale. Se ci fossero le stesse opportunità in Italia probabilmente non avrei deciso di andarmene”.
Cosa ti manca di Carpi e in generale dell’Italia, e di cosa invece non puoi più fare a meno negli Stati Uniti?
“Mi mancano i valori profondi come la famiglia e le amicizie. Non che gli Stati Uniti non considerino questi valori importanti, ma lo fanno diversamente. In linea di massima le amicizie tendono a svilupparsi più in orizzontale che in verticale, cioè si tende ad avere un numero inimmaginabile di amici e conoscenti ma si ha un rapporto meno intimo e profondo con loro.  Il buon cibo italiano manca sempre,  ma qui ho imparato a esplorare sapori nuovi grazie alla grande varietà di ristoranti etnici.  Mi manca essere circondata da una storia e una cultura millenarie, e questo non può trovare un corrispettivo negli Stati Uniti. D’altro canto, non potrei più fare a meno dei supermercati e dei servizi aperti 24 ore su 24, 7 giorni su 7, del wi-fi presente sempre e dovunque, perfino sugli autobus, del servizio a domicilio offerto online da qualsiasi ristorante, dei bar che offrono postazioni studio con prese di corrente ovunque e caffè gratis dopo la prima consumazione”.
Quali progetti hai per il tuo futuro e in quale parte del mondo vorresti realizzarli?
“Dopo aver concluso il dottorato mi piacerebbe ricoprire il ruolo di professore di letteratura italiana o lavorare in un ambiente che mi permetta di portare avanti anche il mio interesse per l’arte. Sarei disposta sia a rimanere negli Stati Uniti che a tornare in Europa in base alle offerte lavorative. Ammetto che ultimamente sento il richiamo europeo ma sono consapevole che sarà più probabile trovare un lavoro, in ambito accademico, qui negli States”.
Chiara Sorrentino
 

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