Giorni di gloria a Carpi

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Sono luoghi di parole, di incontri, di pensieri. Lo sono sempre stati, ma nei tre giorni di Festival Filosofia, Piazza Martiri e Piazzale Re Astolfo hanno accolto persone che arrivano da altre Regioni e Paesi. E’ tempo di gloria a Carpi. Riguarda tutti, nessuno escluso, anche quelli che la trasformano in vanagloria. Superbia. Si parla di un ideale che, nel corso tempo, si è evoluto (o involuto?) in celebrità. Quel quarto d’ora di visibilità globale che tutti cercano e solo pochi raggiungono. Ma se la gloria di alcuni è tale e conosce momenti alti, quella di altri ha un accento maldestro, negativo, perseverante: a molta di questa gloria, oggi, si arriva solo dopo essere stati nel chiacchiericcio di chi può far arrivare il nome di qualcuno all’orecchio di un altro per un merito che non sempre è tale. Carpi conosce momenti in cui si ascoltano i grandi pensatori e in cui, i più piccoli, senza essere piccoli uomini, non lasciano le parole al vento e le colgono. Dando loro un punto di vista, accordandole a quelle dei grandi, o sfiorando un altrove fatto di forse e possibilità. Succede anche questo, in quei tre giorni. Mentre si consumava l’ultimo pomeriggio di sole, due delle persone presenti, si sono chieste che senso ha e che cos’è la gloria oggi, qui, in questo momento storico, buio e incerto.
-“Senso? Più che parlare di questo, forse, bisognerebbe iniziare a dire che non ci sono più gli eroi gloriosi di un tempo. La penso come Preterossi: le figure, a partire da quelle politiche, che raccolgono un senso omologato non sono altro che una sorta di miti pop. Personaggi che varcano la soglia di casa nostra, i quali ci raccontano, sono uno di voi”.
-“Già, il ritratto della politica dei giorni nostri. I politici entrano in casa. Sono domestici. Addomesticabili. Ci fanno credere che ci daranno ciò di cui abbiamo bisogno. Senza mai farlo, lasciandoci nel limbo della speranza. E sospesi come funamboli. Sembrano un teatrino pubblicitario”.
-“Debolezza della politica, cui si accompagna un’incapacità da parte dei media di descrivere la durezza della realtà che ci circonda. E noi assistiamo, passivi, a questa opera di consolazione e distrazione. La realtà viene solo scalfita non viene messa in discussione o sviscerata davvero. Sembra che il pensiero non si faccia azione, non si concretizzi”.
-“Resta da capire se ci sarà ancora gloria o se siamo destinati all’oblio. Sarà, forse, la nuova forma di celebrità? Ciò che ancora si cerca, ne ha parlato la Carnevali, è il prestigio, il potere, il riconoscimento. Sembra che solo attraverso quest’ultimo esistiamo. Ci siamo dimenticati del sentimento, la considerazione che ognuno ha di sé e andiamo a cercarci attraverso gli altri. Galimberti ha detto parole molto interessanti al riguardo”.
-“Sì, nonostante la struttura culturale occidentale sia stata fondata sul cristianesimo, in realtà viviamo in un momento storico dove non c’è via di uscita. Perché come sostiene Galimberti appunto, non è vero che si uscirà dalla crisi. Nel profondo lo sappiamo, ma continuiamo a sperarlo. In modo cristiano. Dio ha dato agli uomini il mandato di dominare la Terra e noi non abbiamo costruito un’etica della sua tutela. La cultura occidentale non ha un’etica che regola il rapporto dell’uomo con la natura. Da questo sfruttamento non ci può essere via d’uscita dalla crisi”.
-“Scusa se sorrido, ma anche quando un’etica esiste, alcuni se ne infischiano bellamente… Mah?! Chissà se sarà ancora tempo di gloria. Il desiderio di tanti, di essere visibili in una società, è indice di una personalità molto fragile, che ha bisogno di essere legittimata…”.
-“Bodei dice che la democrazia è in pericolo. Si cerca l’uomo forte in grado di dare risposta a personalità fragili. O per dirla alla Nietzsche, ai piccoli uomini”.
-“Finiremo tutti in rete, a cercare una web reputation, come diceva Doueihi…”.
-“Ha anche detto: la macchina ha sempre fatto sognare, ma è sempre l’uomo che sogna”.
-“Ah, sognare… Possibile farlo, difficile trasformarlo in realtà. Secondo te cosa resterà di queste parole? Forse riecheggeranno nella piazza o nel piazzale per un po’, ma poi?”.
-“Dovremmo ricordarci di Platone: l’unica cosa che ci resta da fare è quella di guardare per primi il lupo negli occhi, prima che lui ci privi dell’unica cosa che distingue l’uomo dall’animale. Cioè il logos. La parola”.
-“Se avessimo consapevolezza di possedere questo potere, sarebbe davvero bello. Ma quante parole non diciamo e quante ne abbiamo per dire ciò che vorremmo dire? Hai sentito Galimberti? Ha detto che siamo diventati poveri di parole. Penso che sia vero e dovremmo di nuovo essere affamati di fame futura. Ora stiamo trascinandoci nel declino, rimanendo spettatori inerti”.
-“L’ignoranza è la misura della nostra decadenza. L’Occidente muore per suicidio e con esso la democrazia. Il cui tempo è ormai finito. Un tempo, il nostro, nel quale tutto è visibile. Esposto. In rete”.
-“Internet, come sostiene Curi, è il moderno anello di Gige. Ha il potere. Siamo tutti sorvegliati. Ma da chi poi?”.
-“Se la potenza la esercita chi osserva, mantenendo l’invisibilità, allora cosa ci resta? Il mondo mostruoso immaginato da Orwell si è fatto realtà”.
-“Un mondo come questo conoscerà ancora nuovi eroi, destinati, come diceva il dio Ade, a morire?”
-“Resteranno solo i vivi, cioè chi ha il coraggio di vivere per vivere… Comunque, abbiamo un anno per rifletterci su. L’anno prossimo, in queste piazze, si parlerà di Eredità, di ciò che il presente lascerà al futuro.
Hai visto l’ora? Si è fatto tardi. Come diceva Nietzsche, scusatemi se si è fatta sera”.

di Jessica Bianchi e Antonella De Minico

 
 
 

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