Parlare con gli occhi: la storia di Lorenza

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Dal maggio 2013 Lorenza è imprigionata nel suo corpo. Chiusa dentro se stessa, prigioniera di un corpo incapace di muoversi e parlare, Lorenza sbatte le ciglia.  E’ così che comunica con la figlia Erika e il marito Stefano. “E’ accaduto tutto all’improvviso. Di colpo. Il 20 maggio 2013 – ci racconta la ventenne Erika Borellini – ero a casa, a Rovereto, e stavo preparando la maturità. Mia madre mi disse che aveva mal di testa e avrebbe preso una tachipirina. Non mi preoccupai perché era solita soffrire di emicrania. Per un po’ non sentii alcun movimento provenire dal piano di sopra poi iniziai a sentire un gorgoglio. Come quello dell’acqua che scorre. Infastidita dal rumore chiamai mia madre, ma non rispose. Salita in camera la trovai riversa sul pavimento, rantolante. Ho iniziato a gridare aiuto mentre con le mani cercavo di evitare che si soffocasse con la lingua e il vomito. E’ stato terribile. Poi una vicina mi ha sentita e col suo aiuto ho chiamato un’ambulanza”. Immediatamente trasportata a Baggiovara e operata d’urgenza al cervello, la diagnosi è una doccia fredda: “la tua mamma ha avuto un aneurisma cerebrale, non supererà la notte”. Sotto shock, Erika e il padre non ci credono: “mia madre ha sempre goduto di ottima salute. E’ una donna forte, con una tempra incrollabile. La guardavamo attraverso la vetrata, nel Reparto di Neuro Rianimazione intensiva, era attaccata a tanti tubi, ma era sempre lei e non poteva morire. Per venti giorni i medici ci hanno ripetuto che non sarebbe arrivata al giorno dopo. Da allora è passato oltre un anno e mia madre è ancora viva”. Durante il ricovero in ospedale, Lorenza viene colpita da un altro ictus “che le blocca completamente la parte sinistra del corpo e le compromette quella destra”. Dopo quasi un mese di coma e tre operazioni al cervello, Lorenza, a soli 47 anni, ha trascorso un anno in ospedale, divisa tra Baggiovara e Correggio ma, da circa tre mesi, Erika e suo padre l’hanno riportata a casa. “Per festeggiare il suo rientro  – sorride Erika – l’ho truccata. Ne è stata felice”. Ad accoglierla una stanza creata su misura per lei: “attrezzata con ogni confort e dotata di videosorveglianza, per consentirci di vedere cosa le accade in qualsiasi momento. La chiamiamo la piccola prigione dorata”.
Le capacità cognitive di Lorenza sono intatte: “mia madre è praticamente immobile e non riesce a parlare ma ride con noi, coglie al volo battute e doppi sensi. Se ci vede abbattuti o arrabbiati se ne accorge immediatamente. Comunica con noi con gli occhi, ci prende in giro con uno sguardo.  Ogni chiusura prolungata dell’occhio corrisponde a un sì: abbiamo imparato a fare domande binarie e lei ci risponde con un battito di ciglia”. Giorno dopo giorno, Erika e suo padre, sottopongono Lorenza a sedute di fisioterapia: “abbiamo imparato come rilassarle i muscoli, sempre contratti, e a muoverle braccia e gambe nel modo giusto.
La mamma ora riesce a fare dei piccoli movimenti ma non ha ancora riacquistato il controllo dei muscoli. I medici che abbiamo incontrato sinora non ci hanno mai dato alcuna speranza e anche durante l’ultimo consulto ci hanno detto che non ci sono possibilità di recupero per mia madre. Io però non ci credo: ha solo 48 anni e può farcela. E’ forte. Noi quindi non demordiamo e quando la mamma sta bene e riesce, pian pianino, a piegare un poco le ginocchia, la facciamo sedere in carrozzina e la portiamo in giardino per passare qualche momento all’aria aperta”. E’ stato il marito, Stefano Borellini ad avere l’idea di aprire un profilo Facebook per la moglie: “mio padre è convinto che condividendo i propri problemi con altri, vi possano essere maggiori possibilità di risolverli”. E’ nata così, quasi per caso, la pagina Facebook dedicata a Lorenza Tarasconi: un modo per raccontare la storia di questa famiglia ma, soprattutto, per chiedere aiuto: “vorremmo che chi ha avuto esperienze simili alla nostra ci contattasse. Desidereremmo che chiunque avesse idee innovative su cure e terapie farmacologiche le condividesse con noi. Noi fatichiamo a trovare fisioterapisti seri che si rechino al nostro domicilio, quindi invitiamo chi ne conoscesse qualcuno a farsi avanti. Insomma questo profilo vuol essere a tutti gli effetti un forum, dove scambiare idee e opinioni. Siamo una famiglia propositiva, aperta al nuovo: abbiamo solo bisogno di incontrare medici seri, capaci e umani, che abbiano voglia di credere insieme a noi al recupero di mia madre”. Erika, al primo anno della Facoltà di Ingegneria Meccatronica a Reggio Emilia, dedica ogni momento libero alla sua mamma: “noi ce la mettiamo davvero tutta e l’entusiasmo non ci manca ma non sappiamo più cosa cercare. Spesso leggo per mia madre e ho scoperto che ci sono tante storie simili alla sua che hanno avuto un happy end e non l’epilogo tragico delineato dai medici”. Alimentata artificialmente e tracheotomizzata, Lorenza non è mai sola: “di giorno, quando io sono all’università o in biblioteca a preparare gli esami, ad aiutare mio padre c’è una badante, mentre alla sera e nel fine settimana io sono tutta per lei. Esco solo il venerdì sera con il mio fidanzato, Julian, e ogni volta chiamo mio padre, il quale le avvicina all’orecchio il cellulare, affinché io possa dirle che sto bene e tornerò presto. Una madre non deve stare in pena per la propria figlia.
Tutto gira intorno a lei, ma lo facciamo volentieri. Siamo sempre stati una famiglia unita e io sono molto attaccata ai miei genitori. Sono felice di ricambiare tutto l’amore che mia madre, per 19 anni, mi ha manifestato. Credo sia l’unica cosa giusta da fare”.
Jessica Bianchi
 

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