Visioni italiane

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Dalle Alpi alla Sicilia! Il cinema italiano quando vuole (o quando può) ed è ispirato, riesce a realizzare opere  molto piacevoli, culturalmente interessanti e anche impegnate, come si diceva tempo fa. Nel profondo Nord, Paolo Virzì ambienta il suo film migliore che, pur mantenendo i canoni della commedia, li tinge al nero con sfumature crudeli su personaggi ben definiti e perfettamente immersi in una storia credibile e attualissima. Siamo in Brianza e i personaggi sono tre, almeno quelli che titolano i tre capitoli di cui si compone il racconto: Dino, Carla e Serena. Tutti legati da un prologo cui bisogna fare molta attenzione ma che non rivela nulla. La scoperta è affidata appunto a una trama ripetuta tre volte secondo il personaggio che la conduce. Detta così sembra complicato, in realtà il film scorre come un treno e fornisce allo spettatore sempre nuovi elementi per capire e penetrare gli ambienti, gli affari, le culture, cui televisioni e giornali dedicano spesso servizi e pagine senza però raggiungere l’efficacia del racconto che si fa parabola e lascia in bocca l’amaro sapore della realtà, anche se il film è fiction pura, ben recitata e perfettamente contestualizzata. Avrete capito che non mi va di dire nulla della trama, perché credo non si debba togliere allo spettatore il gusto della scoperta personale e il piacere di immergersi in una realtà forse conosciuta, ma mai indagata con profondità. Davvero notevole l’operazione di Virzì che prende un romanzo di Stephen Amidon, dal titolo omonimo, pubblicato in Italia da Mondadori e ambientato nel Connecticut. Là siamo negli “States” e lo scrittore disegna due personaggi speculari: il tipico self made man arrivato al successo, contrapposto all’immobiliarista che dilapida il patrimonio di famiglia. Qui invece lo squalo della finanza, interpretato da Fabrizio Gifuni è ricco di famiglia, lo si capisce nella sequenza finale quando arrivano i famigliari a bordo di Ferrari e altre grosse cilindrate, e l’immobiliarista, interpretato da Fabrizio Bentivoglio, è quello tentato dal grosso affare, opportunista e un po’ cafone nel suo accattivarsi un’amicizia che lui scambia per tale ma che si trasforma in una trappola. Accanto al ricco Bernaschi c’è Carla, una straordinaria Valeria Bruni Tedeschi, moglie che si fa accompagnare a fare shopping dall’autista in Maserati e aspira a salvare un teatro in fallimento (perché con la cultura, è noto, non si mangia) destinato a lasciare il posto a un supermercato o ad appartamenti. Accanto a Dino, l’immobiliarista, c’è, bravissima, Valeria Golino, compagna incinta, indaffaratissima nel tessere ed elargire materne protezioni non sempre richieste. Poi ci sono i figli, un ragazzotto capelluto che frequenta il liceo privato, aspirante scrittore, molto innamorato del suo suv e poco resistente all’alcol; infine Serena che, pur fidanzata del ricco rampollo, si innamora di un poveraccio pieno di problemi.
La struttura a incastro è davvero funzionale a creare quella curiosità che attanaglia lo spettatore e lo tiene in un costante senso di attesa che verrà appagato giusto prima dei titoli di coda, quando precise didascalie sveleranno anche, per chi non lo sa già, cosa sia Il capitale umano. Scendiamo ora nel profondo Sud per incontrare l’opera prima di Pif, personaggio televisivo (sinora), che dietro al nome d’arte, nasconde la sua identità di siciliano doc, al secolo Pierfrancesco Diliberto. Lui ci racconta di sé, o meglio di un pezzo della recente storia siciliana scandita dalle stragi mafiose. Si parte da quella di Viale Lazio, a Palermo, anno 1969, lo stesso del suo concepimento, e si arriva al 1992, all’estate tragica delle bombe che stroncarono le vite di Falcone e Borsellino. La prima parte è condotta dalla voce fuori campo di Arturo, già grande, che evoca gli episodi della sua infanzia che lo hanno formato e messo in guardia sul mondo che lo circonda. Forse qui la voce off è un po’ troppo presente, ma è certamente funzionale a una maggiore speditezza del racconto e a una più efficace riuscita comica. Comicità che non abbandona mai il racconto nemmeno nella seconda parte, quando entra in scena il personaggio adulto. E qui Pif rivela anche doti attoriali che lo vedono muoversi con spigliata disinvoltura e partecipe passione a una messa in scena sempre a un passo dalla commozione e generosa di vere emozioni. Occhi grandi e spalancati sulla dura realtà, sguardo incredulo e stupito allo stesso tempo, parole licenziate con discrezione e offerte con fatica e dolore, apparentemente svagate e invece puntualmente pesanti anche se dirette da quel sottile umorismo che fa dell’ironia  il naturale contrappeso alla gravità dei fatti. Si esce dalla sala felici per un film che fa sperare che qualcosa possa ancora cambiare e migliorare, ma con la consapevolezza che la strada è difficile e richiederebbe ben altri sforzi e azioni che non un bellissimo film come La mafia uccide solo d’estate. Negli Anni ’60 e ’70, all’epoca delle canzoni di protesta, di Dylan e Guccini si diceva che le canzoni non potevano cambiare il mondo, oggi possiamo affermare che neanche un film lo può, però, come le canzoni, aiuta.  Infine una segnalazione. E’ finalmente arrivato in sala un film visto a Venezia due anni fa: Disconnect, un intreccio notevole di storie di persone sempre connesse alla rete e computer-dipendenti, quindi apparentemente legatissime fra loro nei Social Network. In realtà vittime di uno stato di solitudine che li dis-connette dalla realtà e dal mondo. Caldamente consigliato a giovani e insegnanti, perché contiene una storia di bullismo davvero esemplare.
Ivan Andreoli

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